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Il lavoro dopo la laurea

Rispetto al 2008, che restituiva un quadro occupazionale appena sfiorato dalla grave crisi mondiale, la situazione dei laureati italiani nel 2009 risulta assai più preoccupante. E' lievita sensibilmente la disoccupazione e non solo fra i laureati triennali, quelli “meno preparati perché hanno studiato di meno”, come sentiamo ripetere tutti i giorni: dal 16,5 al 22%.
La disoccupazione cresce anche fra i laureati magistrali, quelli che “hanno studiato di più”7: dal 14 al 21%. Infine cresce anche fra i cd specialistici a ciclo unico (come i laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza, ecc.): dal 9 al 15%. Una tendenza questa che si registra indipendentemente dal percorso di studio (anche fra i laureati tradizionalmente caratterizzati da un più favorevole posizionamento sul mercato del lavoro, come gli ingegneri, ad esempio) e dalla sede degli studi e che si estende anche ai laureati a tre ed a cinque anni dal conseguimento del titolo.
Diminuisce il lavoro stabile mentre le retribuzioni, già modeste (di poco superiori a 1.100 euro ad un anno dalla laurea), perdono potere d’acquisto. Ciononostante, la condizione occupazionale e retributiva dei laureati resta migliore di quella dei diplomati di scuola secondaria superiore.
Ma per chi arriva alla laurea, bisogna mettere subito in evidenza alcuni punti:

la quota di occupati fra i giovani che hanno una laurea, superate le difficoltà iniziali, è maggiore che fra i non laureati della stessa età;
non tutte le lauree e i diplomi universitari si equivalgono dal punto di vista dell’inserimento occupazionale e della soddisfazione lavorativa;
non tutti i corsi di studio universitari presentano le stesse difficoltà.

Il dossier propone una sintesi dei principali studi e rapporti dedicati al lavoro dopo la laurea: statistiche per orientarsi, informazioni e tendenze da Istat e Almalaurea, destinato all’orientamento degli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori ancora incerti se proseguire gli studi o tentare subito l’inserimento nel mondo del lavoro. Un patrimonio informativo prezioso e completo, che orienta sui percorsi di studio attivati nel sistema universitario italiano.

Laureati alla prova del lavoro

Laureati con la voglia di fare il bis

L'importanza delle lingue

Se il titolo non conta

Laureati atipici

Laureati, i nuovi emigranti


Laureati alla prova del lavoro


Il Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati italiani, presentato il 17 marzo 2010 alla sede della Conferenza dei rettori (Crui) e qui sintetizzato nei suoi aspetti più rilevanti, riguarda i laureati 2008, intervistati dopo un anno, nel 2009, che hanno iniziato a lavorare una volta acquisita la laurea. Rispetto al rapporto dell’anno precedente, che restituiva un quadro occupazionale appena sfiorato dalla crisi mondiale, la situazione quest’anno risulta assai più preoccupante.
In un quadro di riferimento a tinte fosche, tuttavia, ciò che fa la differenza nella possibilità di uscita dalla crisi del Paese in un ruolo competitivo nel contesto internazionale è la consistenza e la qualità del capitale umano. Se è vero che ricerca è uguale a sviluppo e sviluppo è uguale a occupazione, obiettivo prioritario è investire di più e in modo più efficiente in formazione e ricerca, come fanno tutti i Paesi più avanzati. Occorre facilitare l’innesto nelle imprese, soprattutto medie e piccole, di alte competenze, scommettere in un futuro che non può fare a meno dei giovani e di un sistema produttivo e della ricerca sempre più protagonista nel Paese.
Approfondire una riflessione di ampio respiro su questo versante, evitando i catastrofismi - certo - ma anche la politica dello struzzo, vuol dire farsi carico di una vera e propria emergenza giovani evitando che alcune generazioni di ragazze e ragazzi preparati restino senza prospettive e mortificati fra un mercato del lavoro che non assume ed un mondo della ricerca privo di mezzi.
Aumenta la disoccupazione anche nelle lauree “forti” Lievita sensibilmente la disoccupazione rispetto all’anno passato, non solo fra i laureati triennali, quelli “meno preparati perché hanno studiato di meno”, come sentiamo ripetere tutti i giorni: dal 16,5 al 22 per cento.
La disoccupazione cresce anche fra i laureati magistrali, quelli che “hanno studiato di più” (5 anni, più di quanto abbiano studiato anche i laureati pre-riforma con percorsi quadriennali): dal 14 al 21 per cento, e fra gli specialistici a ciclo unico (medici, architetti, veterinari, ecc.): dal 9 al 15 per cento.
Una tendenza questa che si registra indipendentemente dal percorso di studio (anche fra quelli tradizionalmente più solidi come quelli ingegneristici per limitarci ad un esempio) e dalla sede dove si è studiato e che si estende anche ai laureati a tre ed a cinque anni dal conseguimento del titolo.

Gli occupati a un anno dalla laurea: segnali di frenata in tutti i tipi di laurea

Il tasso di occupazione risulta, ad un anno, pari al 62% tra i laureati di primo livello: un valore nettamente più alto rispetto a quello rilevato tra i colleghi di secondo livello, che è infatti del 45,5% tra gli specialistici e del 37% tra quelli a ciclo unico.
Il minor tasso di occupazione rilevato tra i laureati specialistici risente almeno in parte del fatto che si tratta ancora delle prime leve di laureati, per definizione migliori dunque più propensi a proseguire gli studi. Infatti, mentre le performance di studio dei laureati di primo livello sono oramai stabilizzate, i laureati specialistici presentano esiti di studio che dimostrano inequivocabilmente come la fase di transizione, per loro, sia ancora in atto.
Rispetto alla precedente rilevazione, tutti i tipi di laurea esaminati hanno manifestato bruschi segnali di frenata della capacità di essere assorbiti dal mercato del lavoro: tra i laureati di primo livello il tasso di occupazione è sceso di quasi 7 punti percentuali (62 per cento rispetto al 69% dell’anno scorso), tra i colleghi specialistici la contrazione registrata è di oltre 7 punti (45,5 per cento, solo un anno fa, era del 53%), mentre tra gli specialistici a ciclo unico – dove il tasso di occupazione è nettamente inferiore alla media a causa dell’elevata quota di chi prosegue la propria formazione con attività necessarie alla professione - è di oltre 5 punti percentuali (37%; il precedente tasso di occupazione era del 43%).

Lavoro stabile e atipico
La stabilità dell’impiego a dodici mesi dal titolo, già non particolarmente consistente, risulta per tutti i collettivi in esame in calo rispetto alla precedente rilevazione, con la sola eccezione degli specialistici a ciclo unico (per i quali il lavoro stabile, rimasto sostanzialmente invariato, è pari al 36%): la contrazione è di 3 punti percentuali per i laureati di primo livello (il lavoro stabile è pari, quest’anno, al 36%), mentre è di 2 punti per i colleghi specialistici (che corrisponde ad una quota di occupati stabili pari al 26%).

Laureati specialistici: una busta paga da 1.057 euro, più leggera rispetto all'anno prima (meno 5%)
Il guadagno ad un anno supera complessivamente i 1.050 euro netti mensili: in termini nominali 1.057 per gli specialistici, 1.109 per il primo livello, 1.110 per gli specialistici a ciclo unico. Rispetto alla precedente rilevazione, le retribuzioni nominali risultano in calo per tutte le tipologie di lauree considerate: la contrazione oscilla dal 2% tra i laureati di primo livello, al 3% tra i colleghi a ciclo unico fino a lievitare al 5% tra quelli specialistici.
Con tali premesse, è naturale attendersi un quadro ancor più critico se si considerano le retribuzioni reali, ovvero se si tiene conto del mutato potere d’acquisto: in tal caso, infatti, le contrazioni sopra evidenziate risultano accentuate di circa un punto percentuale in tutti i percorsi esaminati.
Autorevoli fonti ufficiali dicono che nell’intero arco della vita lavorativa, i laureati presentano un tasso di occupazione di oltre 10 punti percentuali maggiore dei diplomati (78,5 contro 67%).
Anche la retribuzione premia i titoli di studio superiori: nell’intervallo 25-64 anni di età, risulta più elevata del 55% rispetto a quella percepita dai diplomati di scuola secondaria superiore. Un differenziale retributivo in linea con quanto rilevato in Germania, Regno Unito e Francia.

Consulta l'indagine Almalaurea 2009 sulla condizione occupazionale dei laureati che monitora l'inserimento lavorativo dei laureati, fino ai primi cinque anni successivi al conseguimento del titolo. E' uno strumento fondamentale per valutare l'efficacia esterna del sistema universitario e misurare l'apprezzamento del mondo del lavoro nei confronti dei laureati.
L'indagine ha coinvolto oltre 210.000 laureati di 49 Atenei aderenti al Consorzio nel 2008 (60 Atenei italiani al 18/12/2009); sono stati intervistati 161.000 laureati post-riforma ad un anno dalla conclusione degli studi, 22.000 e 27.000 laureati pre-riforma a tre e cinque anni.

Tratto da: AlmaLaurea, 17 marzo 2010.


Laureati con la voglia di fare il bis

Ci si laurea d'estate per iscriversi di nuovo in autunno. Si esce e si rientra dalle aule senza lasciarle mai per davvero. I laureati delle ultime generazioni sembrano riscoprire la voglia di studiare e non avere la fretta di anticipare i tempi come succedeva ai loro fratelli e sorelle maggiori.
L'università sembra un porto dove è molto semplice approdare in grande numero, ma da dove non si sa, non si può o non vuole salpare per davvero.
Con la situazione quasi paradossale che mentre ci si laurea in un sempre minor numero di anni, la "linea d'ombra", quel confine che separa i giorni della gioventù da quelli della maturità, non fa che spostarsi, non solo a causa dell'università, sempre più avanti. Oggi a Siena si parla di loro. Dei figli della riforma incompiuta che ha preso avvio nel 2001 e ancora cerca di trovare la giusta strada.
All'Università della cittadina toscana si apre oggi il convegno I laureati dell'Università riformata dove viene presentato Il profilo dei laureati 2006 realizzato da AlmaLaurea, il consorzio che coinvolge 49 atenei italiani.
Per la prima volta il numero dei laureati che hanno seguito il nuovo ordinamento (120.797) supera quello di chi ha concluso il percorso del vecchio ordinamento (64.564). Nel complesso il rapporto analizza un corposo insieme di 185 mila laureati nel 2006 di 41 diversi atenei.

Voglia di studiare
Prima di portare a compimento la tesi, l'83 per cento dei laureati di primo livello si dice intenzionato a proseguire gli studi. Di fatto poi la scelta di iscriversi di nuovo la fa una quota ancora maggiore (l'84,3%). A colpire sono le ragioni. Quasi sette su dieci di loro (il 66 per cento) lo fanno perché vogliono completare o arricchire la formazione. Sono più gli uomini (il 68,6 per cento) che le donne (il 64,3 per cento). Un terzo invece compie questo passo come scelta obbligata per accedere al mercato del lavoro.
Questa quota pone di nuovo l'interrogativo se l'offerta formativa del corso di primo livello sia adeguata alle richieste del mercato del lavoro. Solo il 2,4 per cento prosegue invece gli studi perché ha difficoltà ad inserirsi sul mercato del lavoro.
Hanno intenzione di rimanere a studiare anche una buona parte di laureati specialistici (43%). Il dato elevato, secondo gli autori dell'indagine, è in parte spiegabile anche con il fatto che il campione esaminato coinvolge i laureati "più veloci" e quindi verosimilmente molto bravi.

Prima alla laurea
Se in qualcosa la riforma sembra essere servita questo è certamente nell'abbassare l'età alla laurea. Il tempo impiegato dall'iscrizione alla laurea negli ultimi anni è diminuito in maniera significativa ed è passato da otto anni a poco più di sei.
Nel 2006 l'età alla laurea è di 27,1 anni mentre nel 2001 era di 28 anni. Allo stesso tempo è cresciuta l'età media all'immatricolazione che è passata da 20 a quasi 21 anni. E all'agognato appuntamento arrivano in minore misura fuori corso.
Se nel 2001 succedeva a sette su dieci, quest'anno sono solo il 49 per cento.
Se si guarda nel dettaglio dei laureati di primo livello, e in particolare a quelli che vi sono arrivati direttamente senza passare dal percorso della vecchia riforma, ci si accorge che quasi un quinto di loro (il 18 per cento) si laurea prima dei 23 anni. Fra i 70 mila laureati puri del 2006 la media complessiva alla laurea è di poco superiore ai 24 anni.

Fuori corso
Crescono però anche tra i laureati di primo livello quelli che non ce la fanno a rispettare i programmi. Nel 2006 i fuori corso di primo livello sono arrivati al 51 per cento. Riescono a laurearsi in tempo il 49,2 per cento. Sempre meglio comunque di quello che accadeva negli anni precedenti alla riforma quando riuscivano ad arrivare in tempo alla laurea solo il 10 per cento degli universitari. Nel dettaglio dei corsi di laurea ci sono differenze significative.
Concludono nei tre anni previsti 82 laureati su cento delle professioni sanitarie e 53 laureati su cento del gruppo chimico-farmaceutico. All'estremo opposto, riescono a restare in corso 39 laureati su cento sia del gruppo insegnamento che di quello letterario.
Resta che molti, quasi tutti, seguono la gran parte delle lezioni. Più di sei su dieci frequenta oltre il 75 per cento degli insegnamenti previsti. L'università allargata in attesa del dinamismo sociale. Aumenta la quota degli studenti universitari con alle spalle un bagaglio di studi tecnico professionali. In un solo anno sono passati dal 27,9 per cento al 29,5 per cento. Così come quelli di estrazione operaia che ora sono il 22,9 per cento.
Inoltre fra i laureati dell'ultima generazione il 75 per cento acquisisce con la laurea un titolo che entra per la prima volta nella famiglia d'origine. In qualche modo questi dati, pure ancora modesti, secondo gli autori dell'indagine, confermano la capacità della riforma di attrarre verso l'università anche fasce di popolazione svantaggiate e quindi mettere in modo quel dinamismo sociale che in Italia pare invece ormai bloccato.
Ma di fronte a questi fenomeni è necessaria una risposta complessiva e di sistema.
"Il positivo affacciarsi all'università di giovani e di adulti provenienti da fasce di popolazione meno favorite - dice Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea - associato ad un'assidua frequenza alle lezioni sottolineano l'urgenza di provvedere con il potenziamento di servizi di diritto allo studio adeguati alla nova domanda di formazione, a cominciare da una politica per gli alloggi."

Studi all'estero
Nonostante l'entusiasmo di chi lo ha già fatto e di chi lo sta facendo, sono ancora pochi gli universitari che fanno l'esperienza dell'Erasmus (vedi qua) o di altri tipi di studio all'estero.
Con programmi dell'Unione Europea hanno studiato all'estero 5,6 laureati su cento (l'anno prima erano 5,2). Differenze tra diversi corsi di studio: il 24,8 per cento dei neo dottori del gruppo linguistico, 9 laureati su cento del gruppo politico-sociale e appena l'1,3 per cento dei chimico-farmaceutici.

In crescita le esperienze di stage e tirocini
Con programmi dell’Unione europea hanno studiato all’estero 5,6 laureati ‘puri’ su cento (l’anno prima erano 5,2). Oltre al 24,8% dei neo-dottori del gruppo linguistico, 9 laureati su cento del gruppo politico-sociale, ma pochissimi fra i laureati dei percorsi scientifici e meno di tutti fra i chimico-farmaceutici (appena l’1,3%).
In crescita, sostenuta, risultano all’opposto le esperienze di tirocinio e stage che entrano nel bagaglio formativo di 58 laureati su cento (due punti percentuali più dell’anno passato), 92 su cento neo-dottori in agraria e 90 laureati del gruppo insegnamento, ma anche di 47 laureati su cento del gruppo economico-statistico e perfino per 19 dottori su cento in materie giuridiche.
Il 35,7% dei laureati si dichiara decisamente soddisfatto del corso di studio concluso: il 44% per cento dei gruppi chimico-farmaceutico, giuridico e medico-professioni sanitarie e all’estremo opposto, su valori quasi dimezzati, 25 laureati su cento in architettura e 21 del gruppo linguistico.
Un quinto dei laureati è rimasto decisamente soddisfatto dei rapporti con i docenti (e altri 65 dichiarano di esserlo in misura più contenuta). Soprattutto fra i laureati del gruppo medico-professioni sanitarie e del gruppo chimico-farmaceutico (31 e 28 per cento rispettivamente). Più severo, invece, il parere dei laureati in psicologia e architettura che solo nel 13% si dichiarano pienamente soddisfatti. 83%

Motivazione Genere
Donna Uomo
Per completare o arricchire la formazione 64,3 68,6
Scelta quasi obbligata per accedere al mondo del lavoro 32,9 28,8
Difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro 2,6 2,3
Altro o non risponde 0,3 0,4
Fonte: AlmaLaurea: Profilo dei laureati 2006

 Tratto da: miojob.repubblica.it, maggio 2007.

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L'importanza delle lingue

Fino ad oggi sembravano essere le prime a snobbarle. Escluse le poche eccezioni, alle imprese non parevano interessare. Conoscere l'inglese o il tedesco non contava poi tanto. E sapere una lingua o due, se cercavi lavoro dalle nostre parti, soprattutto in una piccola o media impresa, finiva quasi per sembrare un vezzo.
Un ricamo, un bell'esemplare che nessuna sapeva dove mettere. Forse ora qualcosa sta per cambiare. Forse anche le imprese stanno per diventare più consapevoli dell'importanza di essere internazionali.

Quello che cercano le imprese
Risposte percentuali alla domanda: “Nel processo di selezione qual è l’ulteriore elemento positivo che gioca a favore del candidato neolaureato?”

Fattore Risposte
%
Perfetta conoscenza di una lingua straniera 35,10%
Esperienza lavoro durante il periodo degli studi universitari 20,07%
Conseguimento master 19,50%
Perfetta conoscenza di più lingue straniere 10,05%
Erasmus 9,48%
Esperienza di studio estivo durante l'università 1,76%
Esperienza studio estivo durante le scuole superiori 1,16%
Altro 2,88%
Fonte: Gidp, Indagine nazionale sui neolaureati, 2007

Secondo l'ultima indagine realizzata da Gidp, associazione di direttori del personale, la perfetta conoscenza di una lingua, al momento dell'assunzione di un neolaureato, conta adesso più dell'esperienza di lavoro e del conseguimento di un master. A dirlo è il 35 per cento delle imprese sentite dall'associazione. "La conoscenza di una o più lingue è determinante nelle assunzioni dei neolaureati - spiega Paolo Citterio, presidente di Gipd - almeno nelle imprese medio grandi, ovvero quelle che assumono.
Il fenomeno poi si è ulteriormente enfatizzato anche perché nel novero delle imprese medio grandi, circa 3500, il peso delle multinazionali nell'ultimo triennio si è notevolmente accresciuto". Ma la percentuale sale ancora di più se a queste si aggiunge l'altro 10 per cento che preferisce quel candidato che ne conosce più d'una.

"Due o più lingue straniere - ci ha detto Umberto Tossini, Human Resources & Organisation Director Automobili Lamborghini Holding Spa - amplificano la cosiddetta 'employability', ossia la versatilità e il potenziale di interesse di un candidato, aprendogli più opportunità.
Oltre all'inglese, il tedesco resta una lingua importante e poco conosciuta in quanto relativamente difficile. Ma penso anche al boom del mandarino o del cantonese, o alle altre lingue dei Paesi emergenti, che abilitano a lavorare sul filone dell'internazionalizzazione delle imprese italiane." D'altro canto invece, "solo" un'impresa su cinque propende per quei candidati che hanno già un po' di esperienza di lavoro maturata durante il periodo degli studi universitari. E un altro 19 per cento dice di preferire chi ha conseguito un master.

Laureati e conoscenza delle lingue
Laureati (in valore assoluto e in percentuale) che dichiarano di avere una ottima conoscenza della lingua indicata (sul totale di 900 mila laureati appartenenti alla Banca dati del Consorzio di Almalaurea comprendente 50 atenei italiani).

Lingua Laureati con conoscenza ottima
Val. Assoluto
Val. percentuale
Inglese 160.513 17,8%
Francese 51.256 5,7%
Spagnolo 30.172% 3,4%
Tedesco 14.614 1,6%
Russo 5.475 0,6%
Arabo 3.248 0,4%
Giapponese 2.318 0,3%
Cinese 1.897 0,2%
Finlandese 471 0,1%
Turco 212 0,0%
Fonte: Almalaurea, luglio 2007

Forse anche questo è un altro segno dell'inversione di tendenza sottolineata già dal governatore di Bankitalia Mario Draghi che a fine maggio di quest'anno, in occasione della relazione annuale, aveva segnalato come un'impresa su cinque sta adottando forme di internazionalizzazione.
Dalla collaborazione con partner esteri, preferita dalle più piccole, alla delocalizzazione di attività di produzione o di commercializzazione. Insomma, il venti per cento delle imprese italiane si sta internazionalizzando.
Quasi il doppio di quelle che erano all'inizio del duemila. Emma Bonino, il ministro per il commercio internazionale ha detto che "nell'ultimo anno c'è stato un cambio di passo sensibile delle nostre imprese che stanno raccogliendo i frutti di una politica di riposizionamento delle loro attività verso l'estero". E il ministro, che ha detto che l'internazionalizzazione non può essere sporadica ma una necessità per consolidare il trend positivo, ha promesso un piano triennale, per il periodo 2008-2010, di promozione all'estero per le piccole e medie imprese.

Gli europei e le lingue
Risposte alla domanda: “Quante lingue parli bene abbastanza per potere sostenere una conversazione, esclusa la tua lingua madre?”

Lingua Numero lingue parlate
Almeno una
Almeno due
Almeno 3
Nessuna
Lussemburgo 99% 92% 69% 1%
Slovacchia 97% 48% 22% 3%
Lettonia 95% 51% 14% 5%
Olanda 91% 75% 34% 9%
Svezia 90% 48% 17% 10%
Estonia 89% 58% 24% 11%
Danimarca 88% 66% 30% 12%
Belgio 74% 67% 53% 26%
Finlandia 69% 47% 23% 31%
Germania 67% 27% 8% 33%
Austria 62% 32% 21% 38%
Repubblica Ceca 61% 29% 10% 39%
Polonia 57% 32% 4% 43%
Francia 51% 21% 4% 49%
Spagna 44% 17% 6% 56%
Ungheria 42% 27% 20% 58%
Portogallo 42% 23% 6% 58%
Italia 41% 16% 7% 59%
Regno Unito 38% 18% 6% 62%
Irlanda 34% 13% 2% 66%
MEDIA UE 25 56% 28% 11% 44%
Fonte: Eurobarometro, Europeans and their languages, 2006

Ma i laureati le lingue le conoscono oppure no? Un po' sì, e un po' no. Se si guarda alla banca dati del Consorzio di AlmaLaurea, che coinvolge 50 atenei e comprende a luglio 2007 circa 900 mila laureati, il 17,8 per cento dice di conoscere perfettamente l'inglese. Molti meno, sono invece quelli che parlano il francese (il 5,7 per cento), lo spagnolo (il 3,4 per cento) o il tedesco, l'1,6 per cento. Insomma, l'inglese sì, ma per il resto molto meno.
Una lingua straniera però è ormai troppo poco. Il sociologo italiano Franco Ferrarotti, ai suoi studenti universitari che non conoscevano le lingue diceva "sembrate dei parroci di paese dei miei tempi". Ma non si tratta solo dei rimproveri di chi da giovane, nel 1949, tradusse in italiano un'opera complessa (La teoria della classe agiata di Veblen), ma anche di qualcosa di più. L'Unione europea ci chiede infatti di raggiungere l'obiettivo di portare i cittadini a conoscere almeno due lingue straniere.

E se si guarda all'Europa, il confronto con gli altri paesi non è confortante. Secondo il sondaggio di Eurobarometro, che non riguarda solo i laureati ma tutta la popolazione, solo il 41 per cento degli italiani conosce almeno una lingua straniera rispetto a una media del 56 per cento. In Svezia sono il 90 per cento e in Danimarca l'88 per cento. Livelli più elevati anche in Germania (il 67 per cento), Francia (il 51 per cento) e Spagna (44 per cento).
Quanto a due lingue straniere, il numero degli italiani scende al 16 per cento rispetto a una media europea del 28 per cento. In Olanda parla almeno due lingue straniere il 75 per cento dei cittadini. Tanti anche in Danimarca (il 66 per cento) in Svezia (il 48 per cento) e in Belgio (67 per cento).

Insomma le lingue non sono proprio una nostra specialità. D'altro canto però accade a molti giovani di conoscere molto bene le lingue, di sapere come cavarsela in una qualche professione, ma di ritrovarsi lo stesso senza un lavoro o di doversi accontentare di un misero stipendio o di un contratto di collaborazione per un tempo troppo lungo.
"Il nostro mondo imprenditoriale - sottolinea Andrea Cammelli, direttore del consorzio interuniversitario AlmaLaurea - deve riuscire a valorizzare queste esperienze. Solo nelle imprese leader queste conoscenze vengono valutate come si deve e sfruttate a pieno.
In molto piccole e medie imprese fanno fatica. Finché questo non viene considerato un elemento fondamentale per la gran parte delle imprese non ci sarà spinta". In Italia, dice AlmaLaurea, ci sono duemila giovani laureati che hanno un'ottima conoscenza del cinese. Siamo sicuri che ci siano dalle nostre parti tante aziende capaci di assumerli e sfruttare le loro conoscenze?

Voto e tempo?
Risposte alle domande: “Quanto incide il fatto che si sia laureato nei tempi previsti?” e “Quanto incide il voto di laurea?”

Livello di importanza Risposte %
Tempo
Voto
Moltissimo 3,23% 0%
Molto 38,7% 23,66%
Abbastanza 43,01% 46,24%
Poco 6,45% 19,36%
Per nulla 3,23% 5,38%
Non risponde 5,37% 5,38%
Fonte: Gidp, Indagine nazionale sui neolaureati, 2007.

 

Tratto da: MioJob di la Repubblica, 27 agosto 2007.

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Se il titolo non conta

Qualcuno prima o poi dovrà scrivere una sorta di storia comparata delle società a partire dai testi degli annunci di lavoro pubblicati sui giornali. A partire dalle differenze, ad esempio, tra un annuncio di lavoro pubblicato nel Regno Unito e uno in Italia.
Qualcuno di certo si prenderà la briga di interpretare quei testi criptici, contraddittori ed elusivi. Nel frattempo, una cosa è certa. Sempre più spesso in Italia le offerte di lavoro non specificano la necessità di possedere un determinato titolo di studio.
Nell'ultimo anno, secondo uno studio dell'Isfol, questi annunci sono cresciuti dell'11 per cento e la loro quota ha raggiunto così il 75 per cento mentre solo due anni prima era del 68%.
A contare è invece il fatto di avere maturato una certa esperienza. La quota di annunci dove tale elemento viene indicato come un requisito è passata dal 36% al 40%. E per lo più l'esperienza è divenuta una condizione necessaria per ottenere quel posto.

Numero di posti offerti per titolo di studio anni 2002-2004
Titolo di studio richiesto
2002
2003
2004
DIPLOMA
Professionale
715
591
516
Ragioneria
1.392
978
978
Geometra
455
726
469
Periti
4.900
4.900
3.535
Altri
24.844
15.749
15.2799
TOTALE DIPLOMA
32.306
22.944
20.520
LAUREA
Materie scientifiche
6.371
4.029
4.186
Altre
4.825
3.451
3.474
TOTALE LAUREA
11.196
7.480
7.660
DIPLOMA UNIVERSITARIO
188
192
116
Titolo non indicato
92.003
76.253
85.153
Totale
135.697
106.865
113.449
Fonte: Institute for the Study of Labor

Intanto in Italia, seppure ogni anno escono più di 250 mila laureati dalle università italiane pronti per il mercato del lavoro ed è cresciuta nell'ultimo decennio la quota di occupati con un titolo di studio superiore al diploma, il complesso dell'occupazione continua a caratterizzarsi, dicono gli esperti dell'Istat nel Rapporto annuale 2005 appena pubblicato, per "un livello di istruzione modesto in confronto alla media europea" e "il nostro paese si colloca ancora agli ultimi posti per occupati per titolo di studio post-secondario".
Senza contare che da noi, dati dell'ultimo Rapporto Istat 2005, sono circa 3,7 milioni gli italiani "sottoinquadrati" al lavoro, ovvero lavoratori che svolgono una professione dove non viene richiesto il titolo di studio di cui sono in possesso.
Di questi, buona parte sono giovani sotto i 34 anni di età. "La mancanza di un lavoro adeguato al livello di istruzione - dicono gli esperti dell'Istat - sembra in parte legarsi alla scarsa spendibilità nel mercato di lavoro del tipo di preparazione acquisita durante il percorso di studi". D'altro canto però, a testimoniare la complessità del fenomeno, un buon terzo dei "sottoinquadrati" ha un'età compresa tra 35 e 49 anni. Il problema sembra evidente soprattutto tra i laureati (il 33,5%) e per i diplomati della superiore (il 31,1%).
Minimo invece per gli occupati con qualifica professionale. Sono soprattutto le donne, tra i laureati con maggiore esperienza, ad essere danneggiate. Quasi la metà di loro si ritrova a svolgere un lavoro che richiede una qualifica più bassa di quella posseduta.

Richiesta di esperienza - Anno 2004
Esperienza
Valore assoluto
Valore %
Obbligatoria
44.898
39,6%
Preferita
6.231
5,5%
Non indicata
62.320
59,8
Fonte: Isfol-Csa

Lavoratori sottoinquadrati per titolo, età e area geografica
Caratteristiche
Laurea
Diploma
Totale
ETA’
15-34 anni
482.000
1.439.000
1.920.000
35-49 anni

429.000

1.002.000
1.431.000
50 e oltre
139.000
238.000
377.000
AREA GEOGRAFICA
Nord
569.000
1.259.000
1.828.000
Centro
254.000
635.000
889.000
Sud
227.000
784.000
1.010.000
Totale
1.050.000
2.678.000
3.728.000
Fonte: Isfol-Csa

Lavoratori sottoinquadrati per titolo di studio e sesso con lo stesso titolo di studio
Titolo di studio
Donne
Uomini
Totale
Diploma 2-3 anni
10,6
7,7
9,0
Diploma 4-5 anni
24,9
36,0
31,1
Laurea 3 anni
19,4
18,5
19,2
Laurea 4-5 anni
39,1
28,5
33,5
Fonte: Istat

Tratto da: la Repubblica, 5 giugno 2007.

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Laureati atipici


La percentuale dei neo-laureati che entra in azienda direttamente con contratto a tempo indeterminato è passata dal 20% del 2004, al 7% circa del 2009 a meno del 6% del 2010. Per la selezione dei neolaureati le aziende spendono meno di mille euro e impiegano meno di un mese. Ma negli ultimi 12 mesi quasi il 30% delle aziende ha assunto oltre il 60% di chi era in stage.
Sono i dati più significativi che emergono dall'undicesima indagine Neolaureati & Stage 2010, condotta da Gidp/Hrda (Associazione direttori risorse umane) che opera su un network composto da più di 2.490 direttori di area appartenenti alle maggiori realtà imprenditoriali italiane.

"In questo momento in Italia, complice la crisi, l'offerta di neolaureati - spiega Paolo Citterio, presidente Gidp/Hrda - sul mercato del lavoro è ampia e le aziende non sembrano trovare grandi difficoltà a reclutarli. Dalla nostra ultima indagine tra i direttori del personale emerge che sono sufficienti meno di un mese di tempo e meno di mille euro.
Inoltre, quasi il 60% del campione non utilizza l''assestment' per la selezione e la valutazione dei neolaureati, che invece è un utile strumento per individuare le capacità e le potenzialità del candidato". "Per essere selezionati - continua Citterio - servono: motivazione, conoscenza delle lingue e laurea nei tempi previsti.
Nei prossimi 6 mesi quasi il 30% del campione prevede di assumere 1 stagista su 2, ma circa il 18% non ha pianificato nessuna assunzione. Le assunzioni con contratto a tempo indeterminato sono ormai rarissime, ma vengono controbilanciate dai contratti di inserimento e di apprendistato professionalizzante (che rappresentano circa il 21% del totale).

La carriera? Entro due anni, l'80% - fa notare Citterio- degli assunti passa al livello contrattuale superiore, mentre per diventare quadro ci vogliono in media 6 anni. I dirigenti hanno, nel 45% dei casi, tra i 41 e i 45 anni".
Secondo l'indagine, quasi il 50% del campione impiega meno di un mese per la selezione dei neolaureati e un intervistato su due, tra i direttori delle risorse umane, spende meno di 1.000 euro. Il canale preferenziale per entrare in contatto con i potenziali candidati sono gli uffici placement universitari che vengono utilizzati nel 23,62% dei casi e considerati lo strumento più efficace dal 58% del campione.
Il canale internet viene utilizzato come strumento di ricerca nel 41% dei casi, che si dividono in: 15,56% candidature spontanee, il 14,17% sito dell'azienda e 11,67% siti specializzati per la domanda e offerta di lavoro (Monster, Jobrapido e Infojobs sono i più utilizzati dal campione).

Assunzioni di neolaureati
Risposte alla domanda «Quali sono le forme contrattuali/modalità di inserimento più utilizzate per il primo accesso in azienda dei neolaureati?» (massimo due risposte)

Risposte %
Stage/tirocinio 39,4
Tempo determinato 20,2
Apprendimento professionale 12,0
Contratto di inserimento 9,3
Temporaneo tramite Agenzia 8,2
Tempo indeterminato 5,5
Co.co.pro 4,4
Partita IVA 0,6
Altro 0,6
Fonte: Gidp, luglio 2010


Tra i servizi offerti dagli uffici placement universitari, le aziende scelgono dalla semplice pubblicazione di offerte di stage (36%), alla partecipazione ai career day (17,70%). Si aggiudicano il podio tra i titoli di laurea più ricercati dalle aziende: Ingegneria (27,75%), Economia (24,67%) e Informatica (ma quest'ultima è ricercata tre volte in meno della seconda) a cui segue Giurisprudenza.
Tra le lauree umanistiche, Scienze della comunicazione raggiunge un 2,05%, come la laurea in Farmacia e più di quelle in Fisica e Scienze bancarie. Sotto il cappello 'Ingegneria' le specializzazioni più richieste sono: gestionale (28,75%), meccanica (21,25%) e informatica (11,25%).
Secondo i direttori del personale a fare la differenza tra i candidati sono la conoscenza delle lingue (22,50%), la motivazione (19,38%) e la disponibilità a spostarsi per lavorare (10,85%). A queste tre caratteristiche si aggiunge la laurea nei tempi previsti (citata dall'8,14%) e l'aver frequentato un master di specializzazione (7,75%).

Il voto di laurea e il prestigio dell'ateneo in cui è viene frequentata l'università è considerato solo dal 4% dei direttori che hanno risposto. Positiva, invece, la valutazione nei confronti di chi ha lavorato (6,26%) o colto l'occasione di svolgere uno stage (4,26%), durante il periodo universitario.
Tra le lingue di cui viene maggiormente apprezzata la conoscenza ci sono: l'inglese al primo posto, che raggiunge il 65%, il francese quasi al 17% e al 12,74% il tedesco. Cominciano a emergere anche il cinese e il russo che per ora si attestano, però, sotto all'1%.
Le carenze che i direttori del personale riscontrano nei neolaureati quinquennali sono in primo luogo la mancanza di conoscenza del mondo del lavoro (20%), seguita dalla mancanza di conoscenza delle lingue (17,76%) e lo scarso adattamento e flessibilità (12,15%).
Al neolaureato triennale mancano in primo luogo la conoscenza delle lingue (14,50%) e le competenze (14%). Inoltre, risultano indecisi nei loro progetti e non conoscono il mondo del lavoro (entrambe al 12%). Tra le caratteristiche personali più apprezzate, i direttori del personale hanno citato: la capacità di mettersi in gioco (18,30%), l'abilità nell'analisi e risoluzione dei problemi (16,18%) e la flessibilità (11,49%). Circa il 15% del campione dell'indagine, ha inserito nell'ultimo anno, da 10 a 20 neolaureati, quasi il 44% da 1 a 5. Se l'11% non ne ha assunto nessuno, il 10% ne ha inseriti oltre 30.
I neolaureati quinquennali sono stati inseriti negli ultimi 12 mesi nelle seguenti aree: commerciale (circa 11%), progettazione (9,28%), marketing (8,74%) e produzione (8,20%). Nello stesso periodo, non è andata così bene ai neolaureati triennali che per la maggior parte non sono stati inseriti (16%); nei casi positivi le aree sono state: commerciale (16,40%), progettazione e produzione (entrambe con il 7,82%).

Il neolaureato, una volta inserito in azienda, viene seguito in un caso su due dal suo capo diretto, per una percentuale molto più bassa (solo il 21% delle imprese del campione) da un tutor. La formazione è continua solo per il 15%.
Il canale preferenziale per entrare in azienda in base alle risposte degli intervistati è lo stage (40%) a cui segue il contratto a tempo determinato (20%). L'apprendistato professionalizzante, il contratto di inserimento e il contratto a tempo indeterminato raggiungono insieme quasi il 27%.
Di per sè l'indeterminato viene proposto, come opzione di accesso in azienda, solo nel 5,5% dei casi. Oltre l’82% dei direttori del personale ha risposto che nella propria azienda sono previsti periodi di stage prima dell'assunzione. Per circa il 70% la durata dello stage è di 6 mesi; va da 9 a 12 mesi per circa il 13% del campione.

La retribuzione in tale periodo arriva fino ai 500 euro nel 34,19% dei casi, da 500 fino a 1000 euro per il 48%. Negli ultimi 12 mesi circa il 38% del campione ha assunto oltre il 50% dei neolaureati in stage. Nei prossimi 6 mesi quasi il 30% del campione prevede di assumere 1 stagista su 2, ma circa il 18% non ha pianificato nessuna assunzione.
A chi avrà superato positivamente il periodo di stage verrà proposto nel 30% dei casi un contratto a tempo determinato, mentre il contratto di inserimento sarà offerto al 17,45%, la stessa percentuale presenterà l'opzione di apprendistato professionalizzante e ancora il 17,45% il contratto a tempo indeterminato.

Retribuzioni ai neolaureati, dall'inserimento fino a tre anni dopo

Stipendio lordo annuo Settori/Contratti nazionali
Metalmeccanico Commercio Chimico/farmac Credito
All'inserimento 22.102 22.500 26.321 26.000
Dopo 6 mesi 22.992 22.500 26.666 26.000
Dopo 12 mesi 24.149 23.647 27.946 27.000
Dopo 18 mesi 25.376 24.864 29.417 27.000
Dopo 24 mesi 25.887 25.750 30.771 29.000
Dopo 36 mesi n.d. 27.839 34.167 29.300
Fonte: Gidp, luglio 2010


Il contratto proposto varia in base al settore di attività dell’azienda, pertanto nelle prime posizioni abbiamo: metalmeccanico, commercio e chimico/farmaceutico. Una prima assunzione in ambito metalmeccanico e nel commercio si attesta tra i 22.100 e 22.500 euro annui lordi, mentre per il credito e il chimico farmaceutico siamo tra i 26.000 e i 26.300 euro lordi all'anno, che dopo 3 anni diventano oltre 34.000 per il chimico/farmaceutico, mentre nel credito la retribuzione si ferma a 29.300 euro lordi. I neolaureati, che sono diventati neoassunti, passano alla categoria contrattuale superiore entro i 2 anni nell’80% dei casi, mentre la nomina a quadro arriva in media dopo 6 anni.
L'età media dei dirigenti va dai 41 ai 45 anni per il 45% delle aziende del campione. In media si viene nominati dirigenti quasi a 42 anni. I direttori del personale del campione intervistato ritengono che l'internazionalità dell'azienda (22%) e la qualità dell'ambiente di lavoro (21%) siano tra le motivazioni più convincenti per attrarre i neolaureati nella propria azienda, più della notorietà del brand (che ottiene solo il 12%).
Le opportunità di crescita professionale sono il fattore su cui le aziende puntano di più per trattenere i neolaureati in azienda (39%) poichè, in particolare i neoassunti con titolo di laurea, si caratterizzano per una spiccata tendenza a ricercare nuove opportunità professionali.

Tratto da la Repubblica, 21 luglio 2010.


Laureati, i nuovi emigranti


A tre anni dalla laurea la disoccupazione. E se il lavoro c'è, è atipico e per pochi: privilegiati, benestanti e raccomandati. In questi casi si resta, negli altri si va. Da Sud a Nord: altra città, altra casa, altra vita. Si diventa emigranti, con una laurea in valigia e la speranza di farne buon uso. Per i neolaureati meridionali mancano alternative; le partenze negli ultimi anni sono triplicate; mentre chi resta si affida a conoscenze e raccomandazioni per cercare lavoro.

Le cause? Diverse e complesse, ma in primo piano ci sono la scarsa mobilità sociale, la mancata ripresa economica e il sistema scolastico. È quanto sostiene una ricerca della Svimez, (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno), che prende in esame la mobilità territoriale, la condizione professionale e occupazionale dei laureati meridionali a tre anni dalla laurea.
Nel lavoro pubblicato sul quaderno I laureati del Mezzogiorno: una risorsa sottoutilizzata o dispersa e condotto su dati Istat dai professori Mariano D'Antonio e Margherita Scarlato dell'Università di Roma Tre, si legge infatti che la forbice sociale tra giovani dei ceti alti e bassi nel Mezzogiorno è frutto di un "sistema di istruzione che contribuisce soprattutto ad amplificare la distanza tra aree ricche ed aree povere". Mentre "dovrebbe compensare gli svantaggi di partenza portando allo stesso livello figli di famiglie di diverso reddito e grado di istruzione". Emigrazioni in crescita. Nel 2004, a tre anni dalla laurea, il 46,4 per cento dei laureati meridionali che hanno studiato al Sud e si sono laureati in corso è disoccupato.
Disoccupato anche il 43,3 per cento dei laureati con il massimo dei voti a fronte del 30,8 per cento del Centro-Nord, dove oltre l'80 per cento dei laureati fuori corso da più di tre anni ha comunque trovato un'occupazione. Si spiegano così gli altri dati che indicano un progressivo incremento delle emigrazioni: nel 1992 i giovani meridionali che emigravano al Nord dopo la laurea erano il 6 per cento; nel 2001 sono diventati il 22 per cento. In valori assoluti, da 1.732 a 9.899 laureati e tra questi più ingegneri ed economisti.

Ma la crescita ha riguardato anche i giovani che hanno scelto il Centro-Nord per frequentare l'Università: in percentuale, erano un terzo (pari a 6.618 studenti) nel 1992, sono saliti al 60 per cento (10.539 unità) nove anni dopo. Rimane invece molto bassa la quota di studenti che dal Centro-Nord si sposta al Sud per studiare: nel 2001 sono stati soltanto 779.
"Nel Mezzogiorno il mercato del lavoro è opaco, molto più di quanto lo sia a livello nazionale - nota Margherita Scarlato, docente di Economia dello sviluppo all'Università di Roma Tre - l'accesso non meritocratico al lavoro è più forte.
E non è solo un problema di stagnazione economica. Laddove è carente la qualità dell'istruzione scolastica infatti è molto più determinante il ruolo della famiglia. Perciò l'origine sociale e territoriale continua a determinare fortemente l'accesso all'istruzione, il rendimento, e la collocazione nel mondo del lavoro".

I dati analizzati mostrano la differenza delle opportunità: fra i laureati meridionali sono soprattutto i figli di dirigenti (22,7 per cento) e di liberi professionisti (23,6 per cento) a laurearsi in corso. Inoltre sono soprattutto i 'figli dì a laurearsi nel Centro-Nord (20,9 per cento) o a trasferirsi dopo aver studiato al Sud (24,2 per cento), favorendo così le migliori possibilità di crescita professionale.
"Servono interventi rigorosi di inclusione sociale per evitare che i giovani restino ai margini - ribadisce la professoressa - altrimenti non ci saranno davvero limiti alle emigrazioni.
Chi emigra lo fa per necessità, per avere una possibilità di crescita e di lavoro, e nella maggior parte dei casi non è una scelta privata".
Il discorso vale per la Campania, regione con la più forte migrazione di neolaureati: un valore nel 2001 pari al 21,3 per cento del totale dei laureati (erano il 15,2 nel 1998); vale per la Calabria (18,3) e per Puglia e Sicilia (pari entrambe a 17,4 per cento). Minore invece la propensione al trasferimento per i molisani (12,9) e gli abruzzesi (13,2).
E per chi sceglie di restare? Lavoro atipico, spesso frutto della rete di conoscenze. Secondo l'indagine, se si è figli di dirigenti e imprenditori ci si affida ad amici, conoscenti e parenti per la ricerca dell'impiego (tra il 37 e il 41 per cento dei casi), più di quanto facciano altri lavoratori autonomi (22-25 per cento).
Ma in questi casi la distanza tra Nord e Sud si accorcia: anche al Nord i figli di dirigenti e imprenditori si rivolgono a canali informali. E anche là i contratti li fanno a progetto.

Tratto da: la Repubblica, 12 novembre 2007.

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