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Dai progetti europei alle nuove opportunità della società della conoscenza globale. La mobilità geografica come occasione di formazione, lavoro, crescita e sviluppo.

Studiare in Europa
Sono 400 mila i giovani che partecipano a programmi comunitari In Europa si entra dalla porta della scuola In Europa sono circa 400 mila i giovani che, ogni anno, partecipano a uno dei programmi educativi e scientifici comunitari. In particolare, dal '95 un unico programma di durata quinquennale (scade quest'anno) riunisce le diverse azioni dell'Unione europea a favore dell'istruzione. Si chiama Socrates e interviene a tutti i livelli dell'insegnamento scolastico, dalle materne ed elementari fino all'università.
Oltre ai 15 Stati membri dell'Unione, Socrates coinvolge anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia, nonché diversi Paesi dell'Europa Centrale e Orientale. È suddiviso in tre capitoli: Erasmus, riservato all'istruzione superiore, Comenius, che si occupa dell'istruzione scolastica e Lingua, che promuove la conoscenza delle lingue europee.
Erasmus è l'iniziativa più nota: attivato nell'87, prevede l'erogazione di borse di studio per studenti di istituti superiori europei (non solo università, ma anche accademie di belle arti, scuole per interpreti e traduttori, istituti superiori di educazione fisica e di industrie artistiche) che vogliano svolgere un periodo riconosciuto di studi all'estero.
La borsa serve a coprire i cosiddetti «costi di mobilità» (viaggio, preparazione linguistica, differenze di costo della vita). Tutti gli studenti iscritti dal secondo anno accademico di corso in poi possono farne richiesta: l'università del Paese ospite non fa pagare loro le tasse di iscrizione e deve aiutarli a trovare un alloggio. Al termine del periodo di studio (che può andare dai 3 ai 12 mesi), si torna a casa, con qualche voto in più sul libretto, ma soprattutto avendo maturato un'importante esperienza di studio e di vita all'estero.
Stimolare i ragazzi a «pensare europeo» è il fine ultimo di questo programma, che in poco più di dieci anni ha portato a spasso per il Vecchio Continente mezzo milione di studenti. Clara Grano, responsabile del settore informazione dell'Agenzia nazionale Socrates/Erasmus in Italia, dice: «All'inizio Erasmus funzionava attraverso i cosiddetti Programmi interuniversitari di cooperazione (Pic), gestiti da alcuni professori di buona volontà. Ogni facoltà agiva in proprio: se nessun docente si faceva avanti, nessuno studente poteva sperare di prendere parte a Erasmus.


PARITA' DI TRATTAMENTO > DIRITTO DI SOGGIORNO > RICONOSCIMENTO TITOLI > RICERCATORI > STAGIAIRE EUROPEI >


PARITA' DI TRATTAMENTO

La parità di trattamento si basa sul principio per cui l'istituto del paese ospitante deve accogliere lo studente di un altro Stato dell'Unione alle stesse condizioni fissate per i cittadini nazionali. Non possono essere applicate pratiche discriminatorie come, ad esempio, imporre spese di iscrizione ai corsi più elevate di quelle chieste ai cittadini nazionali.
Anche sul fronte dei diritti, se ai cittadini del paese ospitante viene concessa una borsa per coprire le spese di iscrizione essa deve poter essere attribuita anche agli altri cittadini comunitari secondo le stesse modalità. La parità di trattamento copre le spese di iscrizione, ma non comprende le cosiddette borse di studio "di sostentamento" destinate ad aiutare gli studenti a vivere nella città dove risiede l'istituto. Gli Stati membri sono tuttavia liberi di decidere di propria iniziativa di assegnare delle borse di sostentamento o degli aiuti finanziari similari a dei cittadini stranieri residenti sul proprio territorio.
Peraltro, se si è lavoratori migranti o membri della famiglia di un lavoratore migrante, si gode di diritti più ampi, che permettono, ad esempio, di ricevere una borsa di sostentamento alle stesse condizioni dei cittadini nazionali.
È quindi consigliabile informarsi sulle borse e gli aiuti finanziari concessi dallo Stato membro di destinazione. Il principio della parità è applicabile in tutti i paesi dell'Unione europea anche se le condizioni di accesso agli istituti sono stabilite dai singoli Stati e possono variare sensibilmente da un paese all'altro. Ad esempio la padronanza della lingua può costituire in certi casi un requisito di accesso all'insegnamento. A questo riguardo in certi Stati può essere richiesto di sostenere un esame per verificare le conoscenze linguistiche degli studenti provenienti da altri paesi.
Sono, questi, elementi connessi alla politica nazionale in materia di istruzione che rimane prerogativa dei singoli Stati. Sarà quindi buona norma, prima di decidere una destinazione per un soggiorno di studio, informarsi sul sistema d'istruzione vigente nel paese prescelto.
Inoltre si può continuare a beneficiare di alcune borse o aiuti finanziari concessi dal paese di provenienza durante il soggiorno nel paese di destinazione. La decisione spetta esclusivamente alle autorità nazionali dello Stato di origine, alle quali è necessario rivolgersi per ogni informazione al riguardo.

Data: 19/01/2007
Fonte: Redzione

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DIRITTO DI SOGGIORNO

Quegli studenti italiani che desiderano seguire in un altro Stato membro studi per un periodo inferiore ai tre mesi (ad esempio per un corso di lingua) non devono espletare formalità particolari: basta che siano in possesso di una carta di identità o di un passaporto validi. In certi Stati membri occorrerà comunque segnalare la presenza alle autorità locali.
Coloro che intendono seguire un periodo di studi superiore ai tre mesi in un altro Stato membro possono beneficiare del diritto di soggiorno in quello Stato a patto che rispettino le seguenti condizioni: essere iscritti a un istituto di insegnamento riconosciuto, disporre di una assicurazione malattia adeguata e di risorse sufficienti per non pesare sull'assistenza sociale del paese ospitante.
Una volta rispettate queste regole, le autorità locali constatano il diritto di soggiorno rilasciando la carta di soggiorno per i cittadini di Stati membri dell'Unione europea.
La validità della carta può essere limitata al periodo del corso o della formazione. Nel caso in cui il periodo sia di alcuni anni, la carta di soggiorno potrà avere una validità di un anno ed essere rinnovabile automaticamente.
I familiari (coniuge e figli a carico) del cittadino italiano che intende recarsi in un altro paese dell'Unione per un corso godono anch'essi, indipendentemente dalla loro nazionalità, del diritto di soggiorno per lo stesso periodo concesso allo studente. Essi possono inoltre, indipendentemente dalla loro nazionalità, accedere a qualsiasi attività lavorativa dipendente o autonoma nello Stato di accoglienza.
Per un periodo superiore ai tre mesi anche i familiari sono tenuti a chiedere il permesso di soggiorno e soddisfare le stesse condizioni imposte allo studente (assicurazione e risorse finanziarie adeguate).
Per i familiari cittadini di paesi terzi, il paese di accoglienza può richiedere un visto di ingresso in funzione della nazionalità dell'interessato. Tale visto deve però essere concesso gratuitamente e senza difficoltà da parte delle autorità consolari dello Stato di accoglienza.

Data: 19/01/2007
Fonte: Redazione

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RICONOSCIMENTO TITOLI


Rispetto al passato molti progressi sono stati fatti per quanto concerne il riconoscimento dei diplomi. La questione fondamentale riguarda il riconoscimento nel proprio paese di origine del diploma ottenuto in un altro Stato membro onde evitare di dovere rifare in tutto o in parte la formazione nel proprio paese per accedere al mondo del lavoro. Oggi molti ostacoli sono stati rimossi.
Riconoscimento accademico Con questo riconoscimento, un diploma rilasciato in uno Stato membro si considera equivalente, totalmente o parzialmente, a quelli rilasciati in un altro Stato membro al fine di consentire al titolare di proseguire tutta o parte della formazione fuori dal suo paese senza venire penalizzato. Il riconoscimento accademico è spesso difficile da mettere in pratica tenuto conto della diversità dei corsi di studio e dei diplomi.
Tuttavia gli studenti che beneficiano del programma Erasmus (vedi oltre) hanno diritto di vedere riconosciuto senza alcuna riserva, sia per gli esami che per altre valutazioni, da parte dell'Università del paese di origine, il periodo di studi compiuti all'estero anche se il programma di studi è diverso.
Nel contesto di Erasmus, numerose università utilizzano un sistema europeo di attribuzione e di trasferimento di "crediti" ("ECTS"). Questo programma ha lo scopo di facilitare il processo di riconoscimento accademico fra istituti partecipanti, grazie a una maggiore trasparenza dei programmi di studio e all'utilizzazione di un sistema di "pagelle".
Per delle informazioni complementari al riguardo, sarà bene rivolgersi a uno dei centri nazionali di informazione sul riconoscimento accademico (NARIC). Questi centri nazionali esistono in tutti gli Stati membri, ed hanno stabilito tra loro una stretta collaborazione ed un efficiente scambio di informazioni nell'interesse dello studente mobile. T
ali centri hanno lo scopo di fornire informazioni e consigli sulle questioni concernenti il riconoscimento accademico dei diplomi e dei periodi di studio effettuati in altri Stati. Riconoscimento professionale Consiste nel riconoscere un diploma rilasciato in uno Stato membro per consentire al suo titolare di esercitare la sua professione in un altro Stato membro quando questa sia regolamentata. Il principio fondamentale è che qualsiasi cittadino europeo pienamente qualificato ad esercitare una professione nel proprio paese di origine, è abilitato ad esercitare la stessa professione anche nello Stato di accoglienza.
La Comunità europea ha adottato una serie di misure che consentono ormai a ogni cittadino dell'Unione europea di far valere il proprio diploma a fini professionali in ogni Stato membro. I diplomi soggetti a riconoscimento sono numerosi. Si tratta di tutti i diplomi che abilitano a professioni regolamentate, per le quali cioè esiste un ostacolo giuridico alla mobilità. Queste professioni sono quelle alle quali non si può accedere senza essere titolari di un diploma, di un titolo di studio, di un certificato o di una qualifica particolare. Le formalità da espletare A livello comunitario esistono regole e procedure per favorire il riconoscimento dei diplomi. E stato previsto un sistema generale di riconoscimento delle qualifiche che abilitano alla maggior parte delle professioni regolamentate. Tra queste le professioni di insegnante, avvocato, ingegnere, psicologo ecc.
La domanda di riconoscimento deve essere presentata presso le autorità competenti dello Stato membro di accoglienza. In caso di risposta positiva si potrà cominciare subito ad esercitare la professione. In certi casi il raffronto tra la domanda e il livello di formazione previsto nel paese di accoglienza per quel dato tipo di professione potrà far emergere differenze in termini di durata o contenuto della formazione.
Lo Stato ospite potrà allora chiedere un'esperienza professionale che completi la formazione, un tirocinio di adeguamento o il superamento di un test attitudinale. Ogni Stato membro dispone di un servizio di assistenza per fornire informazioni utili sulle professioni e sulle procedure per il riconoscimento dei diplomi in quel paese. In alcuni Stati, tale servizio di assistenza è fornito dagli stessi centri di informazione sul riconoscimento accademico. Per sette professioni (medici generici e specialisti, infermieri, dentisti, ostetriche, veterinari, farmacisti e architetti) è ormai operante un meccanismo di riconoscimento automatico dei diplomi e delle qualifiche.
Esso è accompagnato, salvo per gli architetti, da un coordinamento minimo delle formazioni per cui chi esercita una di queste professioni può beneficiare di un riconoscimento automatico negli altri paesi dell'Unione europea. Se la professione che si intende svolgere non è regolamentata nello Stato di accoglienza non è necessario alcun riconoscimento del vostro diploma.
Non possono quindi essere frapposti ostacoli giuridici alla formazione o alle qualifiche. Per saperne di più e conoscere l'elenco dei servizi di assistenza che, nei vari paesi, si occupano di riconoscimento di diplomi si può consultare la scheda "Riconoscimento dei diplomi".

Data: 19/01/2007
Fonte: Redazione

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RICERCATORI

In linea generale l'accesso alla formazione attraverso la ricerca e la mobilità dei ricercatori in Europa, senza discriminazioni né rispetto al paese di origine né rispetto al paese di accoglienza, è un diritto sancito sia attraverso strumenti nazionali (finanziamenti, borse, sovvenzioni) sia con strumenti comunitari. Tuttavia, a seconda delle legislazioni nazionali e del livello dei ricercatori (dottorandi, titolari di diplomi di studio post-universitari, ricercatori di ruolo) questi contratti possono essere:

- contratti di borsa di studio, a cui si applica il regime degli studenti;
- contratti di lavoro a tempo determinato, a cui si applica il regime dei lavoratori dipendenti;
- contratti di prestazione di servizi, a cui si applica il regime dei lavoratori autonomi.

In ogni caso le sovvenzioni finanziarie concesse ai ricercatori sono da considerarsi redditi soggetti alle normative in materia tributaria e fiscale del paese di accoglienza e/o di origine. In caso di mobilità si applicano, sul piano fiscale, le convenzioni bilaterali per evitare le doppie imposizioni e, sul piano sociale, il regolamento comunitario sull'applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori dipendenti, a quelli autonomi e ai loro familiari che si spostano all'interno della Comunità.

Data: 19/01/2007
Fonte: Redazione

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STAGIAIRE EUROPEI

Meno di uno studente su dieci opta, al termine del proprio percorso universitario, per un’esperienza di formazione professionale all’estero.
Un dato che conferma come in Italia ancora si sottovaluti largamente l’importanza di mettere in gioco comodità e sicurezze per acquisire un passaporto internazionale di conoscenze e contatti. In particolare, a non essere tenuto nel debito conto è l’assunto che lavorare, formarsi e partecipare a un tirocinio in un Paese straniero consente di migliorare sensibilmente le prospettive di occupazione.
Le occasioni sono invece tante e non bisogna farsele scappare, specialmente in Europa, dove da anni ormai una serie di programmi e di accordi all’interno dell’Unione tutelano i diritti e le aspettative degli stagiaire.
La promozione della mobilità geografica e professionale degli studenti, degli insegnanti e dei lavoratori è di fatto entrata a pieno titolo fra gli obiettivi primari delle politiche europee in materia di istruzione e formazione sviluppatesi a partire dal 2000, ovvero dal momento in cui è partito il processo di Lisbona.
Esigenza che non giunge solo dalle istituzioni: è infatti lo stesso mondo della produzione, del commercio e dei servizi che lo richiede. L’esperienza di stage è insomma ormai uno degli aspetti più qualificanti del percorso formativo, tendendo a caratterizzare sempre più il passaggio dall’istruzione al mondo del lavoro.
Lo conferma la ricerca messa a punto dall’Isfol, l’Istituto per la formazione professionale dei lavoratori, in collaborazione con il Crno, il Centro risorse nazionale per l’orientamento, secondo cui i giovani che hanno proseguito il proprio programma di studi all’estero spesso ricevono un’offerta di lavoro migliore e più rapidamente.
«L’esperienza di stage - scrive il direttore generale dell’Isfol, Giovanni Principe, nella prefazione del nuovo volume Progetta il tuo stage in Europa, rappresenta uno degli aspetti più qualificanti del percorso formativo e tende a caratterizzare sempre di più il passaggio dall’istruzione al mondo del lavoro».
Sapersi mettere in gioco, accogliendo come inedita occasione di crescita i diversi modi di porsi, mangiare, dialogare, gestire la propria giornata all’estero, richiede una solida motivazione e uno spiccato spirito dell’avventura. Esige, per dirla in altre parole, una "radicale apertura mentale" - come la definiscono molti ex eurostagisti - in grado di giustificare l’investimento di tempo e denaro che ci si appresta a compiere.
Tuttavia, fare un’esperienza all’estero non significa affatto porre un veto al proprio reinserimento professionale in Italia, anzi, sembrerebbe tutto il contrario: secondo le statistiche Eurostat sulla mobilità interna all’Unione, risulta infatti che nel corso dell’ultimo trentennio la percentuale degli europei che risiede in un Paese Ue diverso dal proprio è rimasta costante, attestandosi attorno all’1,5 per cento.
«Chi partecipa a iniziative di mobilità - continua Principe - si trova ancora oggi a dover affrontare problemi socio-economici, linguistici, pratici e amministrativi, anche se il primo ostacolo sembra essere di ordine psicologico. A questo proposito - conclude - molte resistenze alla mobilità possono essere combattute con l’informazione e alcuni programmi costruiti ad hoc». Una volta che ci si è convinti dell’utilità di scommettere sull’estero, è poi necessario guardarsi dalla tentazione di fare il tirocinante per caso.
«Con questa pubblicazione - spiega la curatrice del volume, Ginevra Benini – vorremmo fornire uno strumento valido per evitare che si verifichino situazioni scarsamente regolate dove il rischio di sorprese anche non piacevoli è molto elevato, nella convinzione che valga la pena fare uno stage all’estero, e soprattutto in Europa, per conoscere prima di tutto e dunque vedere, sentire, odorare, gustare e toccare con mano una realtà diversa da quella di casa».
Una proposta, e forse questa è la novità più rilevante, che si rivolge non solo agli universitari o ai laureandi che aderiscono al programma Erasmus o che hanno vinto una borsa di studio Leonardo, ma anche per quelli che, al di fuori dei termini del bando o per un settore non in palio in quel momento, vogliano comunque intraprendere tale esperienza.
«Nella precarietà quotidiana - continua la Benini – non c’è datore di lavoro che non apprezzi un’esperienza oltre confine. Per il made in Italy è infatti un momento molto critico. Le strategie produttive commerciali di gran parte del settore manifatturiero italiano.
Stanno affrontando continui tentativi di rinnovamento: fra queste strategie risulta vincente quella di avvalersi di risorse umane non solo tecnicamente qualificate,ma duttili,propositive e aperte al cambiamento, necessario alla sopravvivenza, come spesso lo sono quelle che hanno fatto un’esperienza lavorativa fuori dall’Italia».

Che la maggioranza dei ventenni e dei trentenni italiani non ama spostarsi per lavorare e guarda all’Europa al massimo come a una meta culturale per apprendere una seconda lingua, lo confermano anche due studi sugli atteggiamenti dei giovani verso la mobilità in Europa condotti dal Centro risorse nazionale per l’orientamento e, per conto dell’Isfol, dal dipartimento di Scienze demografiche dell'università La Sapienza di Roma.
Secondo l’ateneo romano, solo il 20% dei ragazzi dai 20 ai 34 anni sarebbe oggi disposto a spostarsi per lavoro in un altro Paese europeo e poco più del 25% lo farebbe «unicamente per migliorare la propria situazione economica o come opportunità di carriera». Sostanzialmente analoghe le conclusioni a cui è giunto il Cnro, secondo cui, su un target di giovani fra i 15 e i 30 anni che hanno deciso di spostarsi, la maggior parte si è recata all’estero «solo ed esclusivamente per motivi di studio» e per periodi non superiori all’anno.
D’altro canto, non è che lo studente italiano medio sia conosciuto, a Parigi come a Berlino, a Bruxelles come a Londra, per la sua svelta parlantina e per l’ottima pronuncia. Sempre dai dati della ricerca della Sapienza emerge infatti che solo il 14,4% conosce molto bene una lingua straniera, contro un 43% che afferma di conoscerla "così così", un 38,6 che dichiara di saperla bene e un restante 4% che non la conosce per niente.
Non sembra quindi che, almeno fino ad ora e in Italia, gli obiettivi primari in materia di istruzione e formazione sviluppati a partire dal 2000 dalla Strategia di Lisbona abbiano raggiunto lo sperato risultato di veder nascere un vero mercato del lavoro europeo. Ed è forse anche per questo che l’Unione europea dal 2006 ha deciso, con l’avvio del programma "Life long learning", di incrementare del 30% le risorse da stanziare alla mobilità dei giovani e dei lavoratori.
Intanto però, le resistenze al cambiamento rimangono, declinandosi in specificità di approccio regionale e locale. Innanzitutto permane una «forte differenza di mobilità» fra chi risiede al Sud oppure al Nord: sono infatti gli studenti veneti, lombardi, piemontesi ed emiliani a avere una maggior propensione a spostarsi rispetto ai propri connazionali laziali, campani,calabresi e siciliani.
In secondo luogo, è chi abita nei piccoli Comuni che «sarebbe in teoria più disposto (la percentuale difatti sale dal 20 al 40%) a recarsi,qualora trovasse lavoro, in un altro Paese europeo».
Vale a dire che solo l'abitante del piccolo centro ne riconosce le minori opportunità, sentendosi più incentivato a spostarsi. Quello che invece non cambia è l’atteggiamento nei confronti delle condizioni della scelta: per tutti una retribuzione più alta e maggiore stabilità e sicurezza del posto di lavoro.

Data: 27/10/2008
Fonte: Job24 de Il Sole 24Ore

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19/07/2010
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Secondo una ricerca di Intercultura, le famiglie italiane sono le più disposte ad accogliere studenti stranieri. Il podio a Lombardia, Sicilia e Puglia.

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Dal 17 al 20 marzo 2010 avrà luogo a Salerno la settima edizione del salone dedicato alla formazione e al lavoro nel mondo del turismo.

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Come sarà l’Italia fra vent’anni? Sempre più anziani e meno giovani, divario crescente tra Nord e Sud. Le previsioni del Censis.

30/11/2009
Il manuale di navigazione di JobTel

Il manuale di navigazione di JobTel è una guida per un uso orientativo di JobTel che introduce casi concreti di fruizione in cui l’operatore si trova ad affrontare uno specifico fabbisogno informativo, proprio o espresso dall’utenza.

Da scaricare gratuitamente.

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