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Come  scegliere il lavoro più adatto alle proprie necessità e aspettative. Le nuove possibilità per chi decide di cambiare impiego, vuole reinserirsi nel mercato del lavoro o cerca qualificazione.

Le regole da seguire
ADDIO ALLA CARRIERA UNICA > LE DOMANDE DA PORSI > A PICCOLI PASSI > LE REGOLE D'ORO DA SEGUIRE > QUESTIONARIO > FASE TRANSITORIA > LASCIARE IL VECCHIO > NUOVA IDENTITA' > PROGETTO PROFESSIONALE > NEGOZIAZIONE > RAPPORTI COI SUPERIORI > PASSAGGIO DELLE CONSEGNE > CAMBIARE FA BENE AL CV? >


ADDIO ALLA CARRIERA UNICA

Frammentati, incoerenti e, per lo più, poco remunerati. Sono così fatti gli impervi percorsi del nuovo lavoro. Tanto che ogni singola carriera professionale pare essersi dissolta per prendere le forme di un articolato patchwork dove mobilità, flessibilità e instabilità giocano ruoli sempre più complessi.
Un italiano su cinque ha cambiato lavoro da tre a cinque volte prima di riuscire a trovare l'impiego che occupa attualmente. E la percentuale sale ancora di più se ci si sofferma sul segmento di chi ha un’età compresa tra 25 e 34 anni (il 24 per cento).
Sono questi alcuni dei risultati resi noti dall’indagine “L'Italia del Lavoro oggi. Condizioni e aspettative dei lavoratori” presentata da Ires Cgil.
L’indagine, curata da Giovanna Altieri, Mimmo Carrieri e Agostino Megale, ha coinvolto oltre 6 mila dipendenti e lavoratori con contratti atipici di tutta Italia. Se è vero che i giovani sono i più esposti a continui passaggi da un impiego all’altro, la “carriera unica”, sembra tramontata ormai anche per i loro “fratelli maggiori”. Sono infatti molti di quelli con un’età compresa tra 35 e i 44 anni ad avere cambiato occupazione con una certa frequenza: il 22,4 % lo ha fatto, volente o nolente, da tre a cinque volte.
A questi vanno aggiunti quelli che lo hanno cambiato almeno due volte (il 23,3%). Operai e addetti del commercio le categorie professionali con il maggiori numero di impieghi nel curriculum. Ma anche i lavoratori a elevata professionalità si trovano davanti a un'occupazione sempre più “volatile”.
Questa elevata mobilità, dicono gli autori dell’indagine, non deve necessariamente essere interpretata come una precarietà lavorativa. Tanto che essa è diffusa soprattutto nelle aree più dinamiche del paese: nel Nord Est hanno cambiato lavoro più di tre volte il 34,7 per cento degli intervistati mentre nel Mezzogiorno il 30,6 non ha mai cambiato impiego. Semmai al Sud a prevalere è il fenomeno del “secondo lavoro” dove un quarto dei lavoratori ha svolto, almeno saltuariamente, una seconda attività.
Il secondo lavoro pare essere per lo più una risposta all’insicurezza della condizione lavorativa. C’è ad ogni modo una generale scarsa coerenza dei percorsi formativi con l’impiego occupato. Per il 44 per cento dei lavoratori la formazione scolastica non è importante per il lavoro svolto.
Maggiore coerenza tra studi e occupazione si osserva tra coloro che hanno conseguito titolo di studio più elevati. Quanto alle tipologie dei contratti, dall’indagine arriva la conferma che sono il segmento femminile e quello dei giovani a pagare sempre pegno.
Il 29,1 per cento delle lavoratrici ha un contratto di lavoro atipico (rispetto al 23,3% degli uomini e al 25,1% della media generale). Così come sono atipici il 66,9% degli “under 24” e il 37,4 per cento di coloro che hanno tra 25 e 34 anni.
Sono soprattutto gli specialisti a elevata professionalità a rimanere ingabbiati in forme contrattuali di lavoro non standard (il 60,1%) Poche le buone notizie anche dal fronte stipendi. Il 68,6 per cento degli intervistati si trova a fine mese in busta paga meno di 1.300 euro netti. Solo il 16 % invece ha una retribuzione che supera i 1.500 netti. Nella ultima posizione della scala gerarchica delle classi “svantaggiate” ci sono gli “under 24” con una retribuzione pari a 788 euro al mese .
Poco meno di sei lavoratori su dieci dicono di riuscire con molte difficoltà a garantire le condizioni minime alla propria famiglia. Sono in particolare gli operai (solo il 4,6%) e gli addetti nel commercio (2,8%) a non riuscire a soddisfare le esigenze proprie e della famiglia. Il benessere delle famiglie, dicono gli autori dell’indagine, “appare sempre più legato alla capacità che tutti i membri della famiglia siano attivi e percepiscano un reddito di lavoro”. Quasi un italiano su due, secondo gli autori dell’indagine, ritiene il proprio posto di lavoro poco sicuro (33,3%) o per niente sicuro (il 12,4%).

 

Lavori svolti prima di quello attuale per classi di età

Lavori svolti Classi di età
15-24
25-34
35-44
45-54
55+64
Totale
Nessuno
35,3
20,8
20,2
23,2
26,3
23,5
Uno
25,6
25,0
25,5
26,4
27,8
25,9
Due
21,7
20,3
23,3
19,4
20,9
21,1
Da 3 a 5
11,6
24,0
22,4
21,5
16,3
20,7
Più di 5
5,8
9,9
8,6
9,5
8,6
8,9
Fonte: “L’Italia del lavoro oggi” – IRES/CGIL – settembre 2006


Cosa progettano gli italiani per il futuro lavorativo

1.
Restare dove lavoro migliorando la mia posizione
38,3%
2.
Tirare avanti in questo lavoro fino alla pensione
28,2%
3.
Cercare lavoro altrove a condizioni migliori
19,3%
4.
Mettermi in proprio con un lavoro autonomo
9,0%
5.
Restare dove lavoro ma con un orario più breve
5,2%
Fonte: “L’Italia del lavoro oggi” – IRES/CGIL – settembre 2006

 

Data: 15/01/2007
Fonte: Redazione

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LE DOMANDE DA PORSI

Lasciare un posto di lavoro per un altro non è cosa da prendere alla leggera! Generalmente, la decisione non avviene per caso, così come può accadere che il cambiamento non sia volontario (promozione, licenziamento): in ogni caso, occorre fare seriamente il punto della propria situazione, sia professionale che personale, in modo da compiere poi delle scelte consapevoli e di riuscire a realizzarsi appieno nel futuro lavoro.
Una tale decisione, si è detto, non avviene per caso è può essere presa quando:

si è rimasti per molto tempo nello stesso ufficio;
-  non si ha più la possibilità di realizzare le proprie ambizioni;
-  si verificano fatti importanti che toccano da vicino (cambiamenti nell’azienda o nella propria vita);
- si prospettano cambiamenti inevitabili.

In queste circostanze può essere utile iniziare a fare il punto della situazione, raccogliendo dati su se stessi e sul proprio passato, ricostruendo la propria storia personale, in modo da evidenziare:

- un’evoluzione;
- eventuali cesure;
- i successi e gli insuccessi;
- gli incontri significativi;
- il proprio modo di operare,  le proprie capacità (conoscenze, dirette o indirette, competenze);
- le proprie potenzialità (attitudini, aspirazioni).

Natualmente, considerando i vincoli del momento e le reali opportunità a disposizione.
Fare il punto sulla propria situazione lavorativa permette di pervenire ad un utile “esame di realtà” rispetto alla situazione che concretamente si sta vivendo, evitando di cadere in errori di valutazione che spesso accompagnano i momenti di cambiamento.
Questi errori possono consistere in una sopravvalutazione delle proprie possibilità o, al contrario, in un eccessivo restringimento del proprio orizzonte soggettivo di scelta, dovuto a mancanza di fiducia nelle proprie possibilità o ad un attaccamento eccessivo ai rituali ed alle mansioni che ci si è abituati a svolgere fino a quel momento.
Allo stesso tempo, la necessità di pervenire ad una chiara valutazione della propria situazione professionale può anche offrire l’occasione di porsi delle domande apparentemente non legate alla situazione del momento, ma che permettono di trasformare una necessità, o un’esigenza, un un progetto di vita più allargato, che contempli anche ipotesi che forse fino a questo momento erano state scartate. Ecco in sintesi i temi su cui è opportuno soffermarsi a riflettere, se si è deciso di far coincidere il cambiamento del lavoro con un tentativo di migliorare anche la propria qualità di vita:

i valori a cui non si può rinunciare, ciò che ci rende felici;
- l’importanza attribuita al denaro;
- le caratteristiche più importanti di un lavoro;
- i compiti che riescono meglio e le abilità personali che ci si diverte ad usare, anche quelle non direttamante utilizzate, almeno fin’ora, in situazioni lavorative specifiche;
- l’importanza che si attribuisce all’ambiente di lavoro piuttosto che alle caratteristiche del lavoro stesso;
- come ci si immagina tra cinque, dieci o quindici anni;
- quale immagine di sé si vorrebbe lasciare agli altri.

Data: 15/01/2007
Fonte: Redazione

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A PICCOLI PASSI

E’ opportuno inizialmente fare un’autoanalisi quanto più possibile lucida delle proprie capacità. Il primo passo può essere quello di scrivere una serie di risposte alle domande:

a) io so fare e mi piace
b) io so fare, ma non mi piace
c) io non so fare, ma mi piacerebbe.

I tre elenchi costituiranno una base sufficiente per l’avvio del processo di autopianificazione personale.
Questo processo deve, da un lato, puntare sull’investimento delle proprie risorse nei settori occupazionali nei quali le abilità già in nostro possesso si uniscono agli interessi individuali e deve, dall’altro, prevedere un ciclo di acquisizione di competenze in quei settori verso i quali ci sentiamo orientati, ma in cui siamo impreparati.
Un altro consiglio è quello di non porsi più obiettivi contemporanei. E’ bene seguire la regola dei “piccoli passi” che di solito conducono al successo.

Data: 15/01/2007
Fonte: Redazione

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LE REGOLE D'ORO DA SEGUIRE

Nel nostro paese quattro italiani su dieci si ripropongono di cambiare azienda durante il 2006. Una cosa simile accade anche nel Regno Unito, Francia e Irlanda. Ancor più smaniosi i lavoratori svedesi. Molto più "stanziali" invece i dipendenti delle aziende tedesche che, inseriti nel contesto economico forse più difficile del Vecchio Continente, stanno bene attenti ad abbandonare quel poco che hanno già.
La gran parte di chi vuole muoversi lo fa perché è poco soddisfatto del lavoro che svolge e per le relazioni non "felici" con il management. Ma pesa anche una forte insicurezza del posto. Incidono invece di meno su una decisione di questo tipo, il livello salariale così come i programmi di formazione e di sviluppo offerti dalle imprese.
In Italia, secondo i dati Eurostat e pubblicati nella Labour Force Survey, poco più di un dipendente su dieci rimane nella stessa azienda meno di un anno mentre il 18,9 per cento è "fedele" alla stessa impresa per un periodo che va da 5 a 10 e il 45,8 % supera i dieci anni.
Secondo l'indagine dell'economista portoghese Ana Rute Cardoso, pubblicata a dicembre 2005 dall'Institute for the Study of Labor di Bonn, chi cambia azienda fa più difficoltà a salire la scala gerachica e rischia spesso di venire penalizzato.
L'autrice, che ha utilizzato un'ampia banca dati con i movimenti, i livelli retributivi e lo status gerarchico di migliaia di lavoratori, sottolinea come in termini di stipendio le cose possano invece essere leggermente diverse.
Chi cambia azienda può infatti riuscire a veder crescere la propria busta paga purché sia disposto però ad accettare un ruolo meno importante. Insomma la coperta è sempre un poco corta.
Ma non solo. Donne e uomini, quando si tratta di "spostarsi" di sedia, hanno le stesse opportunità?
Secondo due ricercatrici svedesi dello Svedish Institute for Social Research dell'università di Stoccolma, che hanno studiato i percorsi professionali di oltre 15 mila lavoratori e lavoratrici, quando si tratta di cambiare lavoro, sia all'interno della stessa azienda che tra aziende diverse, le possibilità di una donna di avere un lavoro migliore sono la metà di quelle degli uomini. A parziale consolazione l'evidenza che le differenze diminuiscono significativamente quando si ha a che fare con professionisti con più di dieci anni di esperienza.
Per coloro che hanno deciso di cambiare lavoro e dare una svolta alla propria carriera professionale ecco alcune utili regole tracciate da Herminia Ibarra, docente di Comportamento Organizzativo, Insead - Francia,  nel suo volume Working Identity:

 

1. Il fare che anticipa il pensare
Non è consigliabile essere troppo introspettivi e valutare a lungo dentro di sé grandi cambiamenti. Preferibile al contrario iniziare facendo delle cose che prima non si facevano e poi studiarne gli effetti. Inutile analizzare a fondo le possibilità di una nuova carriera se prima non si percepisce come può influire su di noi.

2. Non cercare il proprio unico sé ma fare attenzione alle proprie diverse personalità
Non è così importante capire quale sia il proprio io quanto comprendere davvero quali sono le azioni che ci danno soddisfazione. In questo modo sperimentare e aggiustare la direzione.

3. Accettare la transizione
I periodi della vita non procedono a scatti ma per movimenti infinitesimali. Così è consigliabile accettare una mutazione graduale della propria professionalità. Sono migliori le contraddizioni che una risoluzione prematura. Nel nuovo mondo del lavoro è meglio oscillare che abbandonare tutto e andare.

4. Addio alla Grande Decisione
Si deve resistere  alla tentazione di prendere la Grande Decisione che cambia ogni cosa con un solo gesto. Sono i piccoli passi a portare ai grandi cambiamenti. E' consigliabile quindi non perdere energie e tempo nel cercare la Risposta. Non ci sono percorsi diretti ma spesso cicli ed è probabile che si debba girare in tondo un po' prima di capire quale è il nuovo ciclo.

5. Identificare i progetti-ponte
Per questo può esser utile riuscire a mettere a fuoco quali sono quelle attività extra-curriculum, che esulano dalla propria professionalità, in modo da sperimentare seriamente un impegno nuovo. Fare diversi esperimenti in modo da essere in grado di giudicare le diverse possibilità.

6. Non concentrarsi esclusivamente sul lavoro
E' consigliabile cercare di incontrare persone che svolgono la professione o le professioni desiderate. Sono loro a potervi aiutare. Capire quali sono i loro problemi.

7. Non aspettate la visione
Ogni giorno è buono per fare qualcosa. Non si deve aspettare il momento rivoluzionario. Ci vogliono circa 3-5 anni per un cambiamento di carriera e la decisione finale, se c'è, spesso avviene verso l'ultima fase. Praticare le nuove esigenze non solo con gli amici ma anche in un ambito più ampio e professionale.

8. Fare passi indietro
Qualche volta può essere consigliabile fare dei passi indietro per riflettere più a fondo su una cosa e sulle ragioni di un cambiamento. Qualche volta si trae beneficio dal nascondersi anche ai propri deisideri. Non si deve eccedere però altrimenti si perde "confidenza" con le nuove esigenze e i cambiamenti e non è facile in seguito rientrarvi a contatto.

9. Cogliere l'attimo
Ci sono momenti adatti al cambiamento e altri no. Le finestre si aprono e chiudono. E' consigliabile prendere la decisione finale quando la finestra è aperta, quando si è appena finito un corso, in occasione di un celebrazione importante. Una volta cambiato proseguite a osservare e darvi tempo per oscillare tra le identità.

10. evirtare gli errori più comuni:

 

1. Non avere un piano
2. Cambiare percorso professionale perché si odia l'attuale posto di lavoro
3. Basarsi solo su motivi economici
4. Basarsi sulle pressioni esterne
5. Non rinfrescare la propria rete di rapporti e non trovare un nuovo mentore
6. Non esaminare altre possibilità
7. Non fare un'autovalutazione dei propri mezzi e desideri
8. Basarsi sul successo degli altri
9. Non basarsi sulla necessaria esperienza e formazione
10. Non aggiornare le proprie competenze.

 

Data: 15/01/2007
Fonte: Redazione

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QUESTIONARIO

Nel fare il punto sul proprio passato, può essere utile porsi le seguenti domande: quali sono stati i periodi in cui la vita professionale ha dato le maggiori soddisfazioni?

Quali sono le realizzazioni di cui si va maggiormente orgogliosi?

Quali sono le circostanze in cui si è stati capaci di dispiegare il massimo d’energia per affrontare delle situazioni difficili?

Ci sono delle costanti, delle ripetizioni nel corso della propria carriera?

Che cosa dispiace maggiormente di aver lasciato o di che cosa si è particolamente contenti di essersi liberati?

Di che cosa ci si deve (o dovrebbe) ancora, più o meno rapidamente, liberare?

 

E' possibile fare emergere dalla propria carriera una meta realizzabile?

Fino ad ora ci si è costantemente orientati verso una meta ben definita?

A cosa sono stati dovuti gli eventuali insuccessi professionali (intempestività o inadeguatezza dell’iniziativa personale, ambiente sfavorevole, errori di direzione)?

I successi professionali sono stati sfruttati e sviluppati in tutte le loro potenzialità?

I successi del passato potrebbero essere ripetuti e/o adattati in un ambiente più favorevole?

Data: 09/01/2007
Fonte: Redazione

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FASE TRANSITORIA

La fase di transizione da un posto di lavoro ad uno nuovo rappresenta un periodo, più o meno lungo, di rilevanza strategica e, proprio per questo, particolarmente delicato.
Non ci si deve infatti illudere che tutto si esaurisca nella semplice decisione di lasciare un lavoro per approdare ad un altro; occorre al contrario rendersi conto che, nella transizione, ci si deve costruire una nuova identità professionale, la quale renda possibile un inserimento stabile e fruttuoso nella nuova realtà lavorativa, avendo anche l’accortezza, nei limiti del possibile, di lasciare alle proprie spalle un buon ricordo di sé.
Occorre inoltre prendere in considerazione la possibilità di modificare il proprio lavoro senza, di fatto, cambiare lavoro (a seguito, per esempio, di trasformazioni strutturali all’interno dell’azienda in cui si opera).
Anche in questo caso, si passa attraverso una fase di transizione, nella quale si verificano dei cambiamenti sia nell’ambito strettamente professionale (nella relazione con i colleghi, con i superiori) sia in quello personale (riorganizzazione progressiva della propria vita).

Data: 16/01/2007
Fonte: Redazione

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LASCIARE IL VECCHIO

Nei limiti del possibile, è opportuno evitare di lasciare il vecchio posto di lavoro come se si stesse scappando, così come è auspicabile lasciarsi alle spalle non solo un’immagine il più possibile positiva di sé, ma anche un lavoro ben fatto: può infatti sempre succedere di reincontrare le persone con cui si è lavorato o di dover nuovamente avere a che fare con l’azienda che si è lasciata.
E’ quindi utile, prima di andarsene, riordinare e classificare i propri documenti, le proprie pratiche e cercare di portare a termine tutti gli eventuali lavori in corso; o, eventualmente, aiutare l’azienda a trovare il proprio successore e, poi, curare il passaggio delle consegne, contribuendo in tal modo a minimizzare le difficoltà determinate dalla propria partenza.
Inoltre, prima di lasciare il vecchio posto di lavoro può essere molto proficuo (per sé e per gli altri, quelli che restano) stilare un documento in cui vengono analizzati la situazione, i risultati, lo sviluppo (recente), le prospettive (nell’immediato futuro) e i problemi riguardanti l’ufficio/la mansione che si lascia.
In linea di massima, si può affermare che andarsene nel modo giusto (civile, cordiale, franco) è anche un modo di preparare adeguatamente la propria entrata in una nuova realtà lavorativa: in entrambe le circostanze, i gesti rituali da compiere sono, alla fin fine, gli stessi; si devono incontrare delle persone (colleghi, superiori), si devono capire delle funzioni e i loro limiti, intuire degli obiettivi, capire il linguaggio in cui occorre esprimersi e, soprattutto, si deve capire se stessi.
L’abbandono di un posto di lavoro dovrebbe inoltre essere l’occasione per un bilancio della propria esperienza, lavorativa e personale, bilancio che può essere facilitato da un franco colloquio di commiato con i superiori, i colleghi, gli eventuali collaboratori.

 

Data: 16/01/2007
Fonte: Redazione

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NUOVA IDENTITA'

La fase di transizione da un posto di lavoro ad uno nuovo rappresenta un periodo, più o meno lungo, di rilevanza strategica e, proprio per questo, particolarmente delicato.
Non ci si deve infatti illudere che tutto si esaurisca nella semplice decisione di lasciare un lavoro per approdare ad un altro; occorre al contrario rendersi conto che, nella transizione, ci si deve costruire una nuova identità professionale, la quale renda possibile un inserimento stabile e fruttuoso nella nuova realtà lavorativa, avendo anche l’accortezza, nei limiti del possibile, di lasciare alle proprie spalle un buon ricordo di sé.
Occorre inoltre prendere in considerazione la possibilità di modificare il proprio lavoro senza, di fatto, cambiare lavoro (a seguito, per esempio, di trasformazioni strutturali all’interno dell’azienda in cui si opera).
Anche in questo caso, si passa attraverso una fase di transizione, nella quale si verificano dei cambiamenti sia nell’ambito strettamente professionale (nella relazione con i colleghi, con i superiori) sia in quello personale (riorganizzazione progressiva della propria vita). Fare il punto sulla propria situazione lavorativa permette di pervenire ad un utile “esame di realtà” rispetto alla situazione che concretamente si sta vivendo, evitando di cadere in errori di valutazione che spesso accompagnano i momenti di cambiamento.
Questi errori possono consistere in una sopravvalutazione delle proprie possibilità o, al contrario, in un eccessivo restringimento del proprio orizzonte soggettivo di scelta, dovuto a mancanza di fiducia nelle proprie possibilità o ad un attaccamento eccessivo ai rituali ed alle mansioni che ci si è abituati a svolgere fino a quel momento.
Allo stesso tempo, la necessità di pervenire ad una chiara valutazione della propria situazione professionale può anche offrire l’occasione di porsi delle domande apparentemente non legate alla situazione del momento, ma che permettono di trasformare una necessità, o un’esigenza, un un progetto di vita più allargato, che contempli anche ipotesi che forse fino a questo momento erano state scartate.
Ecco in sintesi i temi su cui è opportuno soffermarsi a riflettere, se si è deciso di far coincidere il cambiamento del lavoro con un tentativo di migliorare anche la propria qualità di vita:

i valori a cui non si può rinunciare, ciò che ci rende felici
- l’importanza attribuita al denaro
- le caratteristiche più importanti di un lavoro
- i compiti che riescono meglio e le abilità personali che ci si diverte ad usare, anche quelle non direttamante utilizzate, almeno fin’ora, in situazioni lavorative specifiche
- l’importanza che si attribuisce all’ambiente di lavoro piuttosto che alle caratteristiche del lavoro stesso
- come ci si immagina tra cinque, dieci o quindici anni
- quale immagine di sé si vorrebbe lasciare agli altri.

Data: 16/01/2007
Fonte: Redazione

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PROGETTO PROFESSIONALE

Costruire il proprio progetto professionale permette di prendere coscienza delle proprie caratteristiche, aspirazione i competenze professionali maturate.
Il proprio progetto professionale deve essere presentato come se fosse un offerta. La prospettiva in cui ci si deve collocare deve essere quella di chi sta offrendo di cui l’azienda ha bisogno Non ci si deve mettere nella posizione di chi chiede; ma di chi possiede un mestiere e dell'esperienza, che ha investito in un progetto ben specifico e che, quindi, fa un'offerta ben precisa e ben motivata, senza per questo escludere a priori la disponibilità ad ascoltare i bisogni dell'interlocutore.
Nel corso del colloquio, la propria esperienza e il proprio ''saper fare'' possono essere un valido sostegno della propria offerta..
Un buon esercizio può essere quello di mettersi al posto dei propri interlocutori e di tentare d'immaginare quale possa essere l'offerta per loro più attraente, tenendo ovviamente conto delle caratteristiche del nostro progetto.
Sarà quindi necessario individuare l'argomentazione fondamentale più suscettibile di sedurre il cliente. che vari al variare del rapporto prodotto-cliente. Realizzato questo momento è necessario prevedere come dovranno essere sviluppati le caratteristiche specifiche del prodotto, ovvero tutte le qualità e l'intero potenziale di cui si dispone, presentati in maniera particolarmente credibile, che si offre in modo da collocarsi in una posizione privilegiata rispetto a potenziali concorrenti.
I1 progetto presentato deve portare a una offerta concreta, che permetta all’interlocutore di superare le contraddizioni e le difficoltà della sua ricerca.
In questo senso fondamentale è adattare il proprio progetto a quelli che sono i problemi generali dell'impresa, mettendo in evidenza il contributo che si è in grado di dare all'azienda.

Data: 16/01/2007
Fonte: Redazione

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NEGOZIAZIONE

Negoziare significa discutere con franchezza sul contributo che si è in grado di dare e su ciò che si aspetta, in altre parole su ciò che il nuovo posto di lavoro offre e richiede. Bisogna stare particolarmente attenti a non lasciare niente in sospeso, ad evitare che in seguito possano determinarsi situazioni sgradite. In particolare, è bene chiarire:  

- le competenze ed esperienze professionali, il valore aggiunto che si e in grado di procurare al nuovo posto di lavoro, quello che il nuovo lavoro richiede;
- le proprie aspettative, ciò che si desidera realizzare;
- il trattamento economico del nuovo lavoro, i vincoli e le caratteristiche specifiche che presenta;
- le aspettative dell’azienda e gli obiettivi da raggiungere;
- tutto ciò che riguarda i futuri collaboratori, le loro competenze e le loro lacune.

In questa che è una vera e propria trattativa bisogna evitare due pericoli; il primo è quello di vendere la propria immagine, tralasciando d'evidenziare quelle che sono le proprie esigenze e le proprie aspirazioni di realizzazione; il secondo è quello di non saper vendere, di limitarsi, cioè, a ostentare le proprie capacità e pregi senza preoccuparsi di verificare che corrispondano alle aspettative formulate dall'azienda. 

Data: 16/01/2007
Fonte: Redazione

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RAPPORTI COI SUPERIORI

Il passaggio da un posto di lavoro all’altro determina una serie di variabili che possono essere suddivise come segue: Infatti è inevitabile:

- mettere fine al rapporto con tutta una serie di colloqui
- ben precisi con i vertici aziendali, il proprio superiore diretto ed i propri collaboratori;
- esplicitare in maniera chiara il proprio punto di vista ed il proprio giudizio su ciò che rappresenta il lavoro svolto e su ciò che si lascia in eredità ai propri successori;
- esplicitare ai propri collaboratori il proprio punto di vista sui motivi
- soggettivi ed oggettivi
- che inducono a cambiare lavoro, in modo da evitare malintesi.
In effetti ci si trova di fronte ad un triplice compito:
- evitare che possano sorgere dei malintesi, dei sottintesi o dei dubbi in ordine alle cause dell'abbandono dell'azienda: tutto ciò potrebbe infatti nuocere e rendere pesante il clima in cui si realizza il passaggio al nuovoposto;
- stabilire un ultimo contatto costruttivo, e quindi positivo, con coloro che si sta per lasciare, sia procurando di porre termine ad eventuali conflitti in essere sia collaborando alla ricerca del proprio successore;
- passare il testimone in maniera costruttiva al proprio successore e ai propri collaboratori, facendo pervenire al superiore gerarchico diretto l'analisi della situazione.

In ogni caso aiutare i propri superiori gerarchici nella ricerca di un successore, aiutarli nella selezione di candidati permette di lasciare una buona immagine di se stessi, mentre lasciare il posto con tensioni e rancori può rivelarsi in futuro svantaggioso
Durante il colloquio di commiato con i superiori, è importante evidenziare:

- risultati ottenuti;
- le difficoltà del lavoro che si lascia;
- la natura dei rapporti con i superiori diretti;
- ciò che si è appreso durante il rapporto ora a termine
- l’eventuale carenza di mezzi, supporto personale, chiara definizione degli obiettivi;
- le aspettative non realizzate;
- i motivi per cui si cambia;
- l'organizzazione dell'ufficio che ci è in procinto di lasciare.

Data: 16/01/2007
Fonte: Redazione

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PASSAGGIO DELLE CONSEGNE

Un modo per lasciare una buona immagine di se stessi è aiutare I'azienda a trovare il proprio successore minimizzando le difficoltà determinate dalla propria partenza.
A tal fine, si dovrà procedere a:

- collaborare con i propri superiori alla messa a punto del profilo professionale più adeguato per il posto che si sta per lasciare vacante;
- cercare tra i propri conoscenti o collaboratori dei possibili candidati;
- prender parte ai colloqui di selezione;
-  introdurre concretamente il proprio sostituto nell'ufficio ed aiutarlo a prendere possesso del nuovo posto di lavoro;
-  pianificare sistematicamente il passaggio di funzioni.

Tuttavia, in questa fase di transizione si è poco disponibili. E’ consigliabile organizzare un briefing per il futuro titolare dell'ufficio, oppure prevedere un periodo d'affiancamento, magari a tempo parziale.
L'esperienza dimostra che se si riesce ad ottenere dal nuovo datore di lavoro il permesso di poter passare, nei primi periodi, un po' di tempo nella vecchia azienda, in modo da poter gradualmente introdurre il nuovo titolare alle sue funzioni, il passaggio avverrà in maniera meno traumatica.

Data: 16/01/2007
Fonte: Redazione

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CAMBIARE FA BENE AL CV?

Per qualcuno è la prima tessera utile a comporre il puzzle di un'identità professionale. Una specie di piccola chiave da utilizzare per aprire il primo dei tanti cancelli che portano a un posto di lavoro. Per altri, un dovere "burocratico", una pratica da sbrigare in vista di cose più importanti. Per altri, è la più elementare dimensione di racconto di sé, una forma di memoria di quello che si è. Una specie di essenziale diario personale che aiuta a capire più chi lo scrive e meno chi lo legge.
Certo è che alla fine il curriculum può decidere, almeno in parte, il destino professionale di chi lo mette a punto.
Ma come vengono interpretate, da chi legge, le informazioni scritte in quelle due paginette? Cosa riescono a dire quelle parole scritte, talvolta dopo grande ponderazione, talvolta troppo di fretta? Cosa conta di più? Il titolo di studio o l'esperienza professionale? Seppure è difficile trovare una risposta univoca e valida per ciascuno, seppure è difficile indicare regole valide allo stesso tempo per un manager di cinquant'anni e per un giovane appena uscito dal percorso formativo, ci sono alcune interessanti indicazioni generali.

E' davvero un bene, ad esempio, cambiare lavoro con un certa frequenza? O è preferibile avere solo una solida e unica esperienza professionale? Secondo l'indagine di Robert Half Executive Search, società internazionale di ricerca di personale qualificato, il quadro è in mutazione e restituisce uno scenario complesso. Quattro manager su dieci apprezzano i percorsi con un'esperienza diversificata ma per un altro 39% esso rappresenta invece un elemento negativo al fine della valutazione di un curriculum.
Solo in Francia l'avere cambiato con frequenza posti di lavoro trova maggiore consenso da parte dei selezionatori (lo apprezza il 46%). Mentre nel Regno Unito prevale la convinzione che chi cambi spesso lavoro non sia il candidato ideale (lo dice il 54%).
In Italia, insomma, è al titolo di studio che si guarda soprattutto. Secondo l'indagine - che ha coinvolto 2 mila e 700 manager europei, di cui 200 italiani - il 61 per cento di chi fa selezione in Italia dichiara di ritenere il titolo di studio essenziale o molto importante mentre solo il 9 per cento non ritrova in questa informazione alcuna vera utilità. In Francia (72%), Germania (71%) e Regno Unito (65%) il percorso formativo sembra pesare ancora di più.
Ad ogni modo in cima ad ogni cosa, secondo un'indagine della Hertofrdshire University, a contare per le imprese è soprattutto l'esperienza professionale (lo dice il 46%) mentre l'area di studi interessa al 41 per cento di loro.

Tra i suggerimenti che vengono indicati per redigere un curriculum efficace c'è quello di curare l'ortografia. Sì,perché l'attenzione ai dettagli, vista la limitata dimensione di un cv, non può che essere un elemento cruciale. E se qualcuno non ne è convinto, sappia che, secondo alcune recenti indagini inglesi, più di otto selezionatori su dieci affermano che sono sufficienti uno o due errori di ortografia per farli decidere di scartare il curriculum di un candidato.

Risposte delle imprese alla domanda: “Considera con preoccupazione il fatto che un candidato ha cambiato spesso impiego durante un breve periodo di tempo?”

Si
No
Indifferente
ITALIA
39%
40%
40%
Belgio
36%
39%
25%
Paesi Bassi
38%
39%
24%
Regno Unito
54%
30%
16%
Germania
43%
37%
20%
Francia
33%
46%
20%
Fonte: Robert Half Finance & Accounting

Data: 16/01/2007
Fonte: Redazione

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07/09/2010
Voucher
La diffusione dei buoni lavoro si è rivelata un successo: dall'Inps più di 7,3 milioni di buoni lavoro venduti.

06/09/2010
Imprenditori junior
Unioncamere: negli ultimi 8 anni meno under 30 e più over 70 nell'imprenditoria italiana.

03/09/2010
ComUnica
Primo bilancio della comunicazione unica per gli adempimenti verso Camere di commercio, Inps, Inail e Agenzia delle Entrate.

06/09/2010
Lavoro online
Dalla Provincia di Pordenone, 70 nuove offerte di lavoro sulla nuova bacheca online.

31/08/2010
Sicurezza sul lavoro
Al via la campagna di comunicazione del ministero del LavoroSicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene.

02/08/2010
Svantaggiati
Alessandria, accordo per l'inserimento e l'integrazione delle persone svantaggiate.

27/07/2010
Stategie per l'inclusione
A Parma, dall'8 al 10 settembre, il seminario di formazione europea dedicato alla cittadinanza attiva.

25/07/2010
Excelsior 2010
A Roma, il 29 luglio, presso Unioncamere si terrà la presentazione dell'Indagine Excelsior 2010.

19/07/2010
Viaggio nell’esclusione sociale
A Roma, il 21 luglio, un workshop sulle politiche nazionali e locali di contrasto alla povertà e alle marginalità.

21/07/2010
Contributi per lo sviluppo
La Camera di commercio di Ferrara ha varato una serie di nuovi interventi per sostenere le imprese.

30/06/2010
Lavoro e progresso
La Camera di commercio di Reggio Emilia ha bandito una nuova edizione del concorso.

07/05/2010
8a Giornata dell'Economia
Unioncamere, rallenta la perdita di posti di lavoro: il saldo 2010 resta negativo (-173mila), ma le assunzioni, soprattutto qualificate, aumentano (+50mila).

07/09/2010
Conciliazione Famiglia-lavoro
La conferenza Stato-Regioni ha finalmente dato il via libera alla nuova formulazione dell'articolo 9 della legge 53/2000 che prevede contributi a favore delle imprese per misure a sostegno della flessibilità e conciliazione famiglia-lavoro. Il commento e le proposte di Arianna Visentini.

03/08/2010
Gli Italiani dai piedi leggeri
C'è una nuova classe, apparentemente invisibile, che si sta formando da circa vent'anni. Una strana compagine di quarantenni, trentenni, ventenni che ha abbandonato l'Italia per un futuro più interessante, facile, appassionante. L'analisi dell'antropologo e architetto Franco La Cecla.

14/07/2010
Il Sud e quindici anni al macero
Assente dal dibattito sulla politica economica, il Mezzogiorno d'Italia subisce con particolare durezza l'onda della crisi. L'allarme lanciato dal Rapporto annuale della Svimez.

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