Agricoltore del terzo millennio

Negli ultimi anni il lavoro dell’agricoltore è cambiato profondamente: l’evoluzione tecnologica ha modificato ritmi, strumenti e forse anche l’essenza stessa dell’attività in campagna.
Secondo il centro studi di Confagricoltura il contadino oggi ha almeno un diploma in tasca, ma spesso anche una laurea. E non è neanche detto che sia una laurea in Scienze Agrarie: se infatti il numero dei titolari di aziende agrarie con una laurea o un diploma universitario agrario è cresciuto del 9% dal 2000 al 2010, il numero dei laureati in altre materie è cresciuto del 24,6%, passando dai 70.563 del 2000 agli 87.896 del 2010. Ma è anche l’appeal del settore ad essere cambiato. La facoltà di agraria ha registrato un incremento delle iscrizioni del 30% negli ultimi due anni. Il che significa che mentre un tempo la campagna era un luogo da cui fuggire, adesso l’attività agricola esercita una certa attrattiva.
Negli ultimi dieci anni le aziende si sono ingrandite (secondo l’ultimo censimento Istat la dimensione media delle aziende agricole è aumentata in dieci anni di 2,4 ettari, passando a una media di 7,9 ettari) e specializzate in produzioni di alta qualità. 

L’Italia registra il numero di certificazioni di qualità dei prodotti agroalimentari più elevato a livello Ue: al 31 dicembre 2011 c’erano 239 specialità agroalimentari italiane con marchi di qualità. I prodotti agroalimentari di qualità italiani coprono oltre un quarto del totale delle certificazioni Dop e il 17,6% di quelle Igp. Anche l’export è cresciuto: l’agroalimentare ha registrato nel 2012 un aumento del 5,4% rispetto al 2011, arrivando a quasi 32 miliardi di euro.

Un grande salto di qualità che però è figlio di un forte ridimensionamento: tra il 1977 e il 2010, rileva l’Istat, l’incidenza degli occupati in agricoltura sul totale degli occupati in Italia è passata dall’11% al 3,9%. Ed è vero che le dimensioni delle aziende sono cresciute, siamo ancora molto lontani dalle medie europee: per esempio la media delle aziende agricole francesi è di 40 ettari. D’altra parte gli imprenditori agricoli italiani si mostrano abbastanza contrari a soluzioni di aggregazione: eppure il futuro è proprio quello, come dimostrano i casi delle cooperative agricole del Trentino e della Romagna e alcune realtà vinicole del Sud. Cresciuto in qualità, dimensioni e organizzazione, il mondo agricolo italiano stenta a fare l’ultimo, grande salto: promuovere una strategia di sviluppo.

Da un sondaggio commissionato alla Ipsos da Confagricoltura, emerge che il 62% delle aziende agricole teme che il peggio debba ancora arrivare, il 16% teme di dover chiudere a breve, e soprattutto che la quasi totalità (il 90%) ritiene che ci sia uno scarso interesse da parte del mondo politico, istituzionale e dei media verso le imprese agricole. Persino l’opinione pubblica appare estremamente disinteressata verso le questioni che riguardano l’agricoltura, secondo i protagonisti del settore.
Un pessimismo tutto sommato ingiustificato: a fronte di dichiarazioni molto negative sulle prospettive occupazionali del settore, si registra nel 2012 una crescita del 3,6% dell’occupazione alle dipendenze in agricoltura, che mediata con una perdita quasi analoga di lavoratori indipendenti fa — 0,2%, una riduzione minima a fronte della débâcle di altri settori, a cominciare dall’industria (—2,7%).

Secondo il centro studi di Confagricoltura, manca però una maggiore consapevolezza delle nostre capacità, che ci porti anche a creare le occasioni giuste in termini di internazionalizzazione, perché i nostri prodotti siano più presenti nei mercati mondiali. Se continueremo a considerarci agricoltori e basta, continueremo a sentirci marginali. Invece entrare all’interno di un sistema agroalimentare che copre il 15-16% del Pil nazionale, e che acquista ogni giorno più importanza.

Consulta i dati del centro studi di Confagricoltura sui titoli di studio degli imprenditori agricoli.

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