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Con il termine “investimento istituzionale nel capitale di rischio” si intende l’apporto di risorse finanziarie da parte di operatori specializzati, sotto forma di partecipazione al capitale azionario o di sottoscrizione di titoli obbligazionari convertibili in azioni, per un arco temporale medio-lungo, in progetti di impresa dotati di potenziale di sviluppo.Il primo problema che l’aspirante imprenditore deve affrontare è reperire il capitale per l’investimento e per far fronte finanziariamente alla gestione iniziale dell’attività. Le strade che si prospettano sono sostanzialmente quattro:
- utilizzare capitali propri, di soci che partecipano all’attività oppure chiedere prestiti di familiari e amici;
– richiedere mutui e prestiti bancari;
– ottenere finanziamenti pubblici attraverso leggi e progetti di incentivazione dell’imprenditoria;
– ricorrere al capital venture (capitale di rischio), ovvero ricercare un partner finanziario nel capitale dell’impresa, soggetti che offrono capitale di rischio per le imprese in modo sistematico, istituzionale e professionale: gli investitori istituzionali nel capitale di rischio.
All’imprenditore sono generalmente note le “regole” del finanziamento di tipo tradizionale, ottenibile, ad esempio, da un istituto di credito. Egli sa, dunque, che la capacità di ripagare il debito, sotto forma di quote di capitale e di interessi, è garantita dal patrimonio aziendale e, talora, dai suoi beni personali.
Nel caso in cui risulti impossibile il rimborso del prestito, la banca può chiedere che l’azienda venga messa in liquidazione e può rivalersi sul suo attivo. L’investitore nel capitale di rischio, invece, non chiede garanzie, ma si accolla una parte del rischio di impresa come gli altri azionisti.
Le banche, d’altra parte, in qualità di fornitori di capitale di debito, non sono direttamente interessate al processo di creazione di valore dell’impresa, ma solo alla solvibilità finanziaria, mentre l’investitore, che condivide con l’imprenditore l’incremento di valore della partecipazione, farà di tutto per aiutare la crescita.
Nelle schede che seguono verrà illustrato il capital venture e le caratteristiche degli operatori professionali che la svolgono. Per farlo ci avvaliamo del supporto del testo “Guida pratica al capitale di rischio” dell’ Aifi, Associazione italiana degli investitori istituzionali nel capitale di rischio.
DEFINIZIONE > L’INVESTITORE > L’IMPRENDITORE > SELEZIONE DEL PROGETTO DI IMPRESA > CONFRONTO CON ALTRE FORME DI FINANZIAMENTO > CONDIZIONI PRELIMINARI > TIPOLOGIE DI INVESTITORE > BUSINESS ANGELS > BUSINESS PLAN > INVESTIRE DAL CONTATTO AL CONTRATTO > VALUTAZIONE FINALE > STRUMENTI DI FINANZIAMENTO > DISINVESTIMENTO > GLOSSARIO > A.I.F.I. >
Con il termine “investimento istituzionale nel capitale di rischio” si intende l’apporto di risorse finanziarie da parte di operatori specializzati, sotto forma di partecipazione al capitale azionario o di sottoscrizione di titoli obbligazionari convertibili in azioni, per un arco temporale medio-lungo, in progetti di impresa dotati di potenziale di sviluppo.
Congiuntamente ai mezzi finanziari, l’investitore istituzionale offre esperienze professionali, competenze tecnico-manageriali ed una rete di contatti con altri investitori e istituzioni finanziarie. L’attività di investimento istituzionale nel capitale di rischio viene generalmente definita con i termini anglosassoni venture capital e private equity; il primo si riferisce al finanziamento dell’avvio di nuove imprese, mentre il private equity comprende le operazioni di investimento realizzate in fasi della vita aziendale successive a quella iniziale.
Nell’uso comune, private equity è divenuto recentemente il termine utilizzato più frequentemente per indicare, in modo generale, “il mestiere” dell’investitore nel capitale di rischio.
Secondo l’Aifi, Associazione italiana degli investitori istituzionali nel capitale di rischio, le imprese che sono state partecipate da investitori nel capitale di rischio (chiamate “imprese venture backed”) corrono più veloci rispetto alle migliori società europee e americane. Ciò dimostra che l’attività di investimento nel capitale di rischio contribuisce allo sviluppo del sistema industriale e dell’economia nel suo complesso.
In media, le imprese venture backed hanno accresciuto in un anno:
- le vendite del 35%;
– i profitti lordi del 25%;
– gli investimenti in ricerca e sviluppo dell’8,6%;
– le esportazioni del 30%.
Dal punto di vista dell’impatto economico, è stato anche dimostrato che le imprese venture backed creano più occupazione, presentando un tasso medio annuo di crescita del 15%, maggiore di oltre sette volte rispetto alle altre imprese del campione.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
L’obiettivo dell’investitore istituzionale (venture capitalist) è quello di realizzare, nel medio termine, un importante guadagno di capitale ovvero ottenere un incremento di valore della partecipazione (capital gain) maturato dal momento dell’assunzione della partecipazione a quello della cessione e monetizzazione della stessa.
Si comprende subito come nel capital venture l’investitore istituzionale è, per definizione, un socio temporaneo, seppur di medio-lungo termine, che, come tale, dovrà prima o poi cedere la partecipazione acquisita per realizzare il proprio obiettivo. L’investitore istituzionale concentra la sua attenzione sui progetti caratterizzati da:
- un elevato potenziale di sviluppo, in cui il suo apporto (capitali e competenza professionale) possa accelerare il processo di creazione di valore; – un valido progetto di sviluppo dell’impresa, con prospettive di crescita sia dimensionale, che reddituale. Si tratta quindi di imprese con un prodotto/servizio di successo, caratterizzato da scarsa imitabilità e bassa sostitituibilità rispetto ai prodotti concorrenti, il cui mercato di riferimento presenti ancora elevate potenzialità di espansione;
– competenze e abilità dell’imprenditore, che deve presentare buoni obiettivi di sviluppo dell’impresa e di affermazione personale (ma realistici), in modo da suscitare fiducia nell’investitore;
– un buon management, formato da persone con esperienza del settore;
– buone prospettive di disinvestimento, che consenta di facilitare il realizzo del capital gain.
L’investitore all’interno dell’azienda partecipa alle scelte strategiche, limitando il suo intervento alle decisioni che possono modificare la combinazione prodotto/mercato/tecnologia su cui si basa l’azienda. Lascia tuttavia al socio imprenditore e/o al gruppo dirigente piena autonomia nella gestione operativa quotidiana dell’azienda.
Nel capital venture deve esserci tra investitore e imprenditore disponibilità ad un colloquio leale, aperto e costruttivo, ed una totale trasparenza, nell’interesse dello sviluppo aziendale.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
Se non esiste l’imprenditore ideale, qual è allora il candidato più apprezzato dagli investitori istituzionali? Se esaminiamo le qualità psicologico-caratteriali possiamo affermare che l’imprenditore con maggiori probabilità di successo agli occhi di un investitore sono:
- voglia di crescere, creare valore e sviluppare il proprio progetto;
– voglia essere competitivo a livello internazionale;
– determinazione e una giusta dose di aggressività, ma anche equilibrio nella volontà di raggiungere i propri obiettivi di crescita;
– esperienza maturata in passato in merito situazioni di sviluppo o di cambiamento dell’attività aziendale.
L’imprenditore che utilizza la formula del capital venture per ottenere i finanziamenti al suo progetto di impresa deve possedere un progetto di sviluppo che è condiviso con eventuali altri soci, con i manager dell’impresa e con i componenti della famiglia; d’altra parte, in mancanza di consenso, sia capace di gestire le situazioni potenziali di conflitto e di tensione.
Deve inoltre ritenere la crescita come un’opportunità per consolidare la propria posizione competitiva e per affrontare nuove sfide, stimolando i propri collaboratori ad acquisire competenze aggiornate ed esperienze. Infine l’imprenditore deve essere disposto a collaborare fattivamente con l’investitore e a gestire il business in modo trasparente, pensare che lo sviluppo dell’azienda sia anche un modo per sentirsi professionalmente realizzato, oltre che per aumentare le proprie opportunità di guadagno ed essere capace di dar vita a rapporti corretti e professionali tra impresa e famiglia. Al contrario, è raro che l’investitore decida di diventare socio di un imprenditore che:
- non sia sufficientemente determinato nel perseguire obiettivi di sviluppo;
– pensi che la crescita rappresenti un male necessario o un rischio in più di fallimento;
– non abbia personalmente né si avvalga di collaboratori con le competenze necessarie per gestire il cambiamento;
– sia portatore di un progetto aziendale che crea situazioni di conflittualità tra il management o gli azionisti;
– tema un’ingerenza nella gestione finanziaria dell’impresa;
– sia poco propenso a condividere informazioni rilevanti sull’attività aziendale con un socio esterno;
– conservi rapporti confusi tra famiglia e impresa.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
SELEZIONE DEL PROGETTO DI IMPRESA
Oltre agli strumenti utilizzati nelle operazioni tradizionali di finanziamento (analisi dei bilanci, modelli di analisi finanziaria, analisi d’azienda), l’investitore nel capitale di rischio:
- giudica innanzitutto la competenza dell’imprenditore e del management, investendo nel team che ha maggiori capacità di realizzare un progetto di sviluppo, piuttosto che nel progetto stesso;
– valuta l’andamento del mercato e le reazioni della domanda all’introduzione di una nuova tecnologia o di un prodotto/servizio innovativo, al fine di capirne lo sviluppo potenziale;
– cerca di stimare le tendenze, osservando con attenzione l’evoluzione dei settori più competitivi e ascoltando le opinioni degli esperti.
L’obiettivo è di selezionare le iniziative imprenditoriali “vincenti”, che consentano di realizzare un guadagno elevato nel medio termine.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
CONFRONTO CON ALTRE FORME DI FINANZIAMENTO
A differenza delle tradizionali forme di finanziamento, come il ricorso al capitale di debito, la partecipazione al capitale di rischio di investitori istituzionali richiede uno stretto rapporto di collaborazione tra l’imprenditore e l’investitore istituzionale che condivide il rischio d’impresa ed è cointeressato alla gestione e allo sviluppo dell’azienda.
Oltre al capitale, l’investitore apporta competenze professionali strategiche, finanziarie, di marketing, di organizzazione, manageriali e offre una rete di contatti utili, finanziari e non, in ambito nazionale e internazionale.
Inoltre, per raggiungere il suo obiettivo l’investitore eserciterà un’azione tendente ad elevare la trasparenza e la qualità nella comunicazione dell’impresa, promuovendo:
- la professionalizzazione della gestione e organizzazione aziendale;
– sistemi di pianificazione e controllo e di monitoraggio dei risultati aziendali;
– la netta separazione tra il patrimonio famigliare e quello aziendale;
– la revisione del bilancio;
– l’introduzione di sistemi di budgeting e di controllo di gestione;
– la predisposizione di relazioni periodiche sulla performance dell’impresa.
In cambio, grazie alla formula del capital venture, l’imprenditore potrà ottenere dall’investitore:
- collaborazione nel tracciare una strategia di sviluppo e nel perseguirla, sfruttando le occasioni di crescita esterna, attraverso acquisizioni, fusioni, concentrazioni, joint venture con altre imprese del settore;
– maggiore funzionalità della compagine sociale, che facilita anche la eventuale liquidazione dei soci che non sono più interessati a partecipare all’impresa, senza drenare risorse dalla società;
– un contributo alla realizzazione di una gestione più professionale e manageriale, attraverso l’attenuazione degli eventuali condizionamenti che provengono dalla sfera degli interessi personali e familiari e, comunque, la migliore o più professionale regolamentazione dei rapporti impresa-famiglia;
– crescita del potere contrattuale dell’impresa, grazie alla presenza dell’investitore come azionista di rilievo;
– miglioramento dell’immagine dell’impresa nei confronti delle banche e del mercato finanziario, che eleva l’affidabilità finanziaria dell’impresa e agevola il reperimento di finanziamenti anche per lo sviluppo del capitale circolante;
– maggior capacità di attrarre management capace ed esperto.
Più in dettaglio diremo che:
- Nel capitale di rischio il finanziamento è a medio e lungo termine e non prevede scadenze di rimborso perché viene utilizzato il disinvestimento, ovvero la cessione al mercato od a terzi, senza gravare l’impresa; nel capitale di debito invece il finanziamento è a breve e medio termine e grava sul bilancio dell’azienda la restituzione del denaro, sotto forma di rate precedentemente concordate e periodiche, a prescindere dall’andamento dell’azienda.
- Il capital venture è una fonte flessibile di capitali perché la remunerazione del capitale dipende dalla crescita di valore dell’impresa e dal suo successo; l’investitore inoltre rappresenta un partner che può fornire consulenza strategica e finanziaria.
Il capitale di debito è una fonte rigida di finanziamento, la cui possibilità di accesso è vincolata alla presenza di garanzie e alla generazione di cash flow; il debito richiede il pagamento regolare di interessi ed è garantito dal mantenimento del valore degli attivi; infine l’assistenza fornita è di tipo accessorio al finanziamento.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
Prima di rivolgersi ad un investitore istituzionale, l’imprenditore deve eseguire un esame approfondito della situazione aziendale, chiedendosi se è opportuno l’intervento di un investitore esterno e per quale motivo.
Spesso, infatti, situazioni di tensione finanziaria che, apparentemente, generano l’esigenza di nuovi capitali, nascono da un’errata gestione delle fonti finanziarie interne.
I capitali freschi di un investitore esterno devono servire allo sviluppo e non al riequilibrio di squilibri aziendali che possono e debbono essere corretti con altri strumenti. Per procedere ad una verifica dell’ottimizzazione delle risorse finanziarie bisogna attivare sistemi di previsione dei flussi di cassa e monitorare il fabbisogno di capitale circolante. In concreto occorre:
- pianificare le scadenze di pagamento ai fornitori;
– procedere con accuratezza ad acquisti e investimenti;
– eseguire controlli accurati dei costi fissi;
– controllare i livelli delle scorte e la gestione dei crediti clienti.
Il passo successivo è la valutazione del volume di credito di cui necessita l’azienda: si tratta di un fattore importante e denota la capacità dell’imprenditore di formulare giudizi e stime corrette. Inoltre, l’entità del finanziamento è un aspetto che influenza le decisioni degli investitori. Una volta valutato il fabbisogno finanziario del progetto, il tipo di impegno richiesto all’investitore istituzionale dipende dalla ripartizione tra capitale di rischio e capitale di debito, effettuata in fase di previsione del fabbisogno stesso.
Il giudizio dell’investitore è importante; nel capital venture, aspirante imprenditore e investitore istituzionale entrano dunque in società fin dalle prime fasi di vita della nuova attività.
L’intervento può realizzarsi sia al momento in cui esiste solo un’idea circa il nuovo prodotto o servizio da mettere sul mercato (seed capital), sia quando è già stata superata una prima fase di sperimentazione ed esistono le premesse (start up).
Generalmente, in entrambi i casi, l’imprenditore apporta la propria idea e un ridotto ammontare di capitali, mentre l’investitore finanzia gli studi di (qualora non siano ancora stati realizzati), e l’organizzazione della struttura produttiva, organizzativa e commerciale.
Le condizioni per presentarsi con successo a un venture capitalist e attrarre la sua attenzione sono:
- la credibilità del proponente l’iniziativa;
– il know how maturato nel settore in cui vuole operare;
– la capacità di leadership;
– una business plan completo, chiaro e approfondito;
– la tendenza ad un discorso leale, aperto e trasparente.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
Per scegliere la fonte più appropriata di capitale di rischio occorre scegliere l’investitore che fa al caso nostro. Esistono infatti diverse tipologie di investitori istituzionali, che si distinguono per la struttura giuridica e organizzativa, per le strategie di raccolta e di investimento dei capitali e per le scelte operative.
Diverse sono le loro emanazioni, le loro forme organizzative, e, talora, il loro campo d’azione. Le principali tipologie di investitori sono:
- Settore industriale;
– Area geografica;
– Tipologia di operazione;
– Dimensione dell’investimento;
– Acquisizione di quote di maggioranza o minoranza.
Un modo per scegliere la società a cui rivolgersi è quello di seguire le indicazioni che le società stesse forniscono; l’imprenditore può attingere, in via preliminare, tali informazioni dalla directory degli associati Aifi pubblicata annualmente dall’associazione, e che illustra le principali caratteristiche degli operatori associati ad Aifi, cui appartiene la gran maggioranza degli operatori del settore.
Le principali categorie degli investitori presenti in Italia sono le seguenti:
- operatori di emanazione bancaria;
– fondi chiusi italiani;
– fondi chiusi ed altri operatori internazionali;
– finanziarie di partecipazione di emanazione privata o industriale (incubatori di impresa);
– operatori di emanazione pubblica.
Ognuna di queste categorie offre specifici piani di intervento, investimenti preferenziali e atteggiamenti nei confronti dell’impresa partecipata. Conoscere alcuni di questi particolari, quindi, rappresenta un primo passo verso la scelta dell’interlocutore più adatto.
Qui vogliamo solo spiegare che per fondo chiuso si intende uno strumento finanziario che raccoglie capitali presso investitori istituzionali (quali imprese, fondazioni, compagnie assicurative, fondi pensione) e presso privati, per investirli in imprese non quotate ad alto potenziale di sviluppo; il fondo viene definito “chiuso” perché non è concesso ai sottoscrittori delle quote di riscattare queste in qualsiasi momento, ma solo ad una scadenza predefinita. Né è consentito a nuovi sottoscrittori del fondo di entrare nello stesso, una volta che la raccolta del capitale programmata sia completata. Ciò garantisce ai gestori del fondo la disponibilità di un determinato ammontare di capitali per un periodo di tempo predeterminato e di durata medio-lunga, in modo da poter investire “con tranquillità” in aziende medio-piccole e non quotate.
In prossimità della data di scadenza (in genere con un certo anticipo) i gestori provvedono a liquidare gli investimenti precedentemente effettuati, per poi procedere al rimborso delle quote maggiorate dell’eventuale rendimento.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
La disponibilità di capitali di finanziamento aventi un buon equilibrio tra rischio e remunerazione, nonché un serio coinvolgimento degli investitori, figurano tra le risorse chiave che permettono ad una azienda di svilupparsi.
Fin dagli anni ottanta, in particolare in Inghilterra ed Olanda, si è potuto constatare che i Business Angels (altrimenti detti “investitori privati informali”), giocano un ruolo importante nel senso sopra descritto; essi infatti rivestono un ruolo catalizzatore in materia finanziaria e gestionale e possono stimolare fortemente lo sviluppo delle Pmi.
Da tempo presente in altri paesi e da qualche tempo anche in Italia, i Business angels sono imprenditori, ex titolari di impresa o ex manager che dispongono di mezzi finanziari (anche limitati), di una buona rete di conoscenze e di una solida capacità gestionale da impiegare in piccole e medie imprese.
Hanno il gusto di gestire un business, il desiderio di acquisire una partecipazione in aziende con alto potenziale e l’interesse a monetizzare una significativa plusvalenza al momento dell’uscita; l’obiettivo dei Business Angels è quello di contribuire alla riuscita economica di un’azienda ed alla creazione di nuova occupazione. Questi investitori sono per lo più interessati al finanziamento di start up tecnologici, che coinvolgano un ammontare medio di risorse non superiore ai 500 milioni di lire.
I Business Angels si organizzano in reti locali, conosciute come Ban (Business angels network); i Ban sono delle strutture permanenti che consentono ai Business Angels di incontrare imprenditori alla ricerca di capitale e di competenze manageriali. Queste reti locali possono essere di tre tipi: regionali, tematiche, telematiche. Esiste un’associazione l’Iban (Italian business angels network) che li riunisce e che è in grado di facilitare il contatto tra domanda e offerta di capitali (www.iban.it).
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
La realizzazione di un business plan da sottoporre agli investitori istituzionali nel capitale di rischio, necessita di una particolare attenzione perché:
- sulla base delle informazioni contenute nel business plan, l’interlocutore deciderà se andare a fondo nell’esame del progetto o se scartarlo;
– coloro che andranno a discutere il business plan si troveranno di fronte ad attenti e preparati interlocutori, che cercheranno di individuare i punti di debolezza o le eventuali incoerenze presenti nel documento.
Nella stesura del business plan il management dovrà quindi considerare che i potenziali finanziatori giudicheranno il lavoro svolto con criteri diversi rispetto a quelli utilizzati dalla direzione aziendale. L’enfasi sarà infatti sulla capacità del business plan di creare valore per l’investitore, e di facilitare la sua successiva.
L’investitore presterà inoltre molta cura alla comprensione delle modalità di elaborazione del business plan e alle competenze del management.
In questo senso, costituiranno punti di forza non indifferenti:
- l’aver concepito il business plan come sintesi di una analisi di più scenari possibili (ad esempio, ottimistico – medio – pessimistico) a ciascuno dei quali è stata attribuita una probabilità di verificarsi;
- l’aver coinvolto l’organizzazione aziendale nel processo di business planning nei termini già discussi e il fatto che sia presente un management motivato, compatto, capace di fare gioco di squadra, con presenza di dinamismo e competenze riconosciute nel settore da parte del management team.
In realtà, non esiste una formula universale per la redazione di un business plan, tuttavia, possono essere proposti una serie di utili suggerimenti che vanno dalla modalità di presentazione, all’individuazione dei contenuti del documento.
Saranno invece punti deboli:
- l’illusione che il business plan sostituisca l’imprenditorialità. Ecco è solamente un modo attraverso cui l’imprenditorialità si estrinseca.
– attribuire al business plan infallibili capacità di predire il futuro: il business plan deve prontamente essere riformulato qualora mutino le variabili e gli assunti sui quali è stato pensato.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
INVESTIRE DAL CONTATTO AL CONTRATTO
Dopo avere individuato un investitore che potrebbe essere interessato al proprio progetto di sviluppo, l’imprenditore può contattarlo telefonicamente o per lettera. Se si riscontra una ragionevole disponibilità, è bene far pervenire immediatamente un succinto progetto, preliminare al vero e proprio business plan.
Se il primo contatto non va a buon fine, si può provare con altre società. È opportuno però riflettere sui motivi del mancato avvio del colloquio ed, eventualmente, ripensare il progetto, rivedendo in chiave critica la sua impostazione e la sua presentazione.
Nel caso venga iniziata la trattativa, si deve tenere presente che, generalmente, passano dai tre ai sei mesi dal momento della presentazione del business plan alla decisione da parte dell’investitore di finanziarlo.
Tali tempi si restringono se l’imprenditore sa fornire informazioni e documenti in modo chiaro e completo. Nella fase di stipulazione del contratto preliminare le parti sottoscrivono un accordo di riservatezza che le impegna a non diffondere le informazioni aziendali se non a quei consulenti esterni, che è necessario coinvolgere per valutare alcuni aspetti dell’investimento. L’impegno sottoscritto riguarda ovviamente le informazioni strettamente aziendali e non quelle inerenti il più vasto mercato su cui l’azienda opera ed il settore in cui compete. Se dalla lettura del documento di presentazione dell’iniziativa l’investitore trae il convincimento di trovarsi di fronte ad una buona opportunità, sottopone all’imprenditore una prima serie di quesiti per approfondire alcuni aspetti chiave dell’operazione in esame.
Questa fase può richiedere due o tre settimane di tempo. Se da questa fase emerge una concreta possibilità di accordo, si passa alla firma di una lettera di intenti nella quale vengono definiti gli aspetti economici, legali e societari salienti che dovranno essere ripresi e rielaborati in dettaglio nel contratto di investimento.
Tale lettera deve esplicitare tutti gli aspetti che entrambe le parti ritengono essenziali per concludere in modo soddisfacente l’accordo, tra i quali: il valore dell’azienda, la presenza dell’investitore nel Consiglio di amministrazione, gli obblighi informativi ai quali l’imprenditore deve impegnarsi in caso di investimento e le eventuali clausole previste per il disinvestimento. La lettera condiziona la firma del contratto definitivo ad una serie di accertamenti (due diligence) condotte dall’investitore, con il concorso di consulenti esterni alla sua organizzazione. Una volta raggiunto l’accordo sul prezzo e sull’entità della partecipazione da assumere e sugli altri aspetti regolati dal contratto finale, l’operazione si concretizza con il trasferimento delle azioni, il pagamento del prezzo, il rilascio delle garanzie, l’eventuale sostituzione degli amministratori e la firma di eventuali contratti accessori.
Da questo momento in poi investitore e imprenditore sono a tutti gli effetti soci della stessa iniziativa e devono cominciare a lavorare insieme per massimizzare la creazione di valore.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
Durante la fase di valutazione dell’opportunità di investimento viene effettuata quella che è comunemente definita “due diligence”, ovvero l’insieme di attività, svolte dall’investitore, necessarie per giungere ad una valutazione finale, analizzare lo stato attuale dell’azienda (compresi i rischi potenziali e le eventuali cause di fallimento dell’operazione o “deal breakers”) e le sue potenzialità future.
L’attività di due diligence, s’intensifica durante la fase che segue la firma della lettera di intenti, fino alla stipulazione del contratto vero e proprio. La due diligence può essere svolta direttamente dall’investitore istituzionale oppure, tramite professionisti di sua fiducia che si occuperanno di specifiche aree aziendali e di business.
Un buon andamento della due diligence è una garanzia per entrambe le parti di una chiusura della negoziazione in maniera rapida e permette all’investitore di venire in possesso di quelle informazioni necessarie ad effettuare l’investimento. Inoltre, la due diligence tende ad evitare che, dopo la firma del contratto, insorgano contestazioni o contenziosi.
La due diligence è solitamente focalizzata sui seguenti aspetti principali:
- Due diligence di mercato (o Market due diligence)
L’investitore istituzionale raramente conosce il mercato specifico in cui opera l’azienda target in maniera così approfondita da capirne a fondo potenzialità e rischi.
Funzione specifica della due diligence di mercato è quindi quella di permettere all’investitore di comprendere il mercato specifico dell’azienda ed il suo posizionamento all’interno dello stesso, in modo da confrontarne i risultati con i business plan prospettici presentati dall’imprenditore.- Due diligence finanziaria (o Financial due diligence)
La due diligence può essere definita come un’analisi dei dati economico-finanziari, storici e prospettici, finalizzata alla valutazione degli aspetti economico-finanziari dei piani d’impresa ed alla valutazione delle necessità finanziarie.- Due diligence legale (o Legal due diligence)
La due diligence legale evidenzia le problematiche di natura legale che possono essere importanti, sia ai fini della valutazione dell’azienda sia per la stesura del contratto definitivo, quali: l’esame delle cause in corso o minacciate; l’identificazione di impegni particolari assunti con i terzi e dei relativi rischi; l’esistenza dei requisiti legali per l’esercizio dell’attività; la necessità di garanzie contrattuali; la situazione degli accordi di lavoro; i contratti di lavoro dei principali dirigenti; i piani di stock option e simili.- Due diligence fiscale (o Tax due diligence)
La due diligence fiscale ha l’obiettivo di analizzare gli aspetti legati alla fiscalità della società;- Due diligence ambientale (o Environmental due diligence)
La due diligence ambientale confronta le attività aziendali con la legislazione ed i regolamenti ambientali e analizza l’organizzazione interna del controllo ambientale e dell’inquinamento, l’impatto degli aspetti ambientali e le conseguenze delle problematiche ambientali non risolte. Va ricordato che alcuni accordi che regolano i rapporti tra gli azionisti vengono normalmente inclusi nel contratto d’investimento stipulato tra imprenditore e investitore, che svolge così anche funzione di patto parasociale tra gli azionisti originari e quelli entranti.
Tali forme di accordo possono riguardare:
- la “corporate governance”, cioè le regole per la nomina ed il funzionamento degli organi sociali, per il funzionamento del controllo di gestione, per le maggioranze qualificate richieste per atti particolari (come acquisto e cessione di azioni e/o di partecipazioni);
- il disinvestimento, ovvero le azioni per la cessione delle quote detenute dall’investitore, una volta raggiunta il capital gain.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
I principali strumenti di finanziamento di una nuova impresa o di una già esistente all’interno del capitale di venture sono:
- Equity: definito anche “capitale di rischio”, rappresenta il capitale proprio dell’azienda, versato, generalmente, attraverso la sottoscrizione di titoli azionari. La sua remunerazione dipende, pertanto, dalla redditività e dal successo dell’iniziativa, sia in termini di utile prodotto e distribuito agli azionisti tramite dividendi, sia in termini di aumento di valore delle azioni.
- Prestito obbligazionario convertibile: capitale di debito raccolto attraverso l’emissione di particolari obbligazioni, convertibili, entro determinati lassi di tempo e in base a rapporti di cambio prefissati, in azioni della stessa società emittente o di altre società.
Le obbligazioni convertibili, pertanto, offrono al loro sottoscrittore la facoltà di rimanere creditore della società emittente (quindi di conservare lo status di obbligazionista), e di ricevere i proventi attraverso il pagamento degli interessi, assumendo, solo in un secondo momento, lo status di azionista attraverso la conversione in azioni delle obbligazioni.- Finanziamento mezzanino (mezzanine financing): si tratta di un insieme di strumenti finanziari che presentano caratteristiche tecniche differenti e sono generalmente riconducibili a forme articolate di debito e obbligazioni, il cui rendimento è in parte fisso o comunque determinato (tasso di interesse) e in parte legato all’apprezzamento del valore della società alla quale questo prestito è destinato.
- Debito subordinato (subordinated debt): si tratta di un finanziamento a titolo di capitale di debito e a medio-lungo termine. Il suo rimborso è privilegiato rispetto al capitale proprio, ma postergato rispetto alle altre forme di debito.
- Senior debt: rappresenta la forma più classica di capitale di debito a medio-lungo termine, privilegiato, nel rimborso, rispetto a tutte le altre forme di finanziamento.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
L’investitore istituzionale nel capitale di rischio rappresenta un socio temporaneo dell’imprenditore, interessato a monetizzare il proprio investimento e a realizzare un guadagno di capitale attraverso la vendita della partecipazione, una volta raggiunti gli obiettivi prefissati.
Il disinvestimento consiste, dunque, nella cessione, totale o parziale, della partecipazione detenuta dall’investitore, che, in alcuni casi, può anche decidere di conservare una minima quota di capitale nell’impresa in via più duratura.
Il momento dell’uscita dell’investitore dal capitale dell’impresa non è quasi mai predeterminato, ma è funzione dello sviluppo della società. Sempre più spesso, tuttavia, gli investitori cercano di prevedere, al momento dell’acquisto della partecipazione, gli eventuali canali di uscita ed i tempi di realizzo, al fine di pianificare al meglio anche questa fase finale dell’operazione. Nei casi di successo, si disinveste quando l’azienda ha raggiunto il livello di sviluppo previsto ed il valore della società, e quindi della partecipazione, si è conseguentemente incrementato.
Nell’eventualità in cui l’iniziativa fallisca, perché, ad esempio, il nuovo prodotto o la nuova tecnologia non riescono ad affermarsi sul mercato, si disinveste quando matura la convinzione che non è più possibile risolvere la situazione di crisi che si è creata. In entrambe le situazioni, i tempi e le modalità del disinvestimento sono definiti, di norma, con l’accordo di tutti i soci.
Diverse sono le modalità di disinvestimento, dipendenti sia dalla tipologia di impresa e di operazione precedentemente posta in essere, che dai risultati raggiunti. I tipici canali utilizzati dagli investitori per cedere le azioni in loro possesso sono:
- la quotazione in Borsa dei titoli dell’impresa partecipata;
– la vendita dei titoli ad un’altra impresa industriale o ad un altro investitore istituzionale;
– il riacquisto della partecipazione da parte del gruppo imprenditoriale originario.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
È molto diffuso tra gli addetti ai lavori nel settore bancario e finanziario, l’uso di termini tecnici anglosassoni per indicare le singole tipologie di intervento. Limitatamente all’argomento del capital venture, è utile conoscere il significato dei seguenti termini:
- Seed financing: investimento nella fase di sperimentazione dell’idea innovativa, quando è ancora da dimostrare la validità tecnica del prodotto/servizio;
- Start up financing: investimento finalizzato all’avvio dell’attività, quando non si conosce ancora la validità commerciale del prodotto/servizio, ma esiste già almeno un prototipo;
- Early stage financing: investimento in tutte le prime fasi di vita dell’impresa (seed, start up);
- Expansion financing (o development capital): investimento nelle fasi di sviluppo dell’impresa, finalizzato ad espandere (geograficamente, merceologicamente…) l’attività;
- Bridge financing: finanziamento “ponte”, relativo ad una fase avanzata di sviluppo aziendale, caratterizzata dal consolidamento della maggioranza, che rileva posizioni di minoranza interessate al disinvestimento e può sfociare nella quotazione;
- Replacement capital: investimento finalizzato alla ristrutturazione della base azionaria, in cui l’investitore istituzionale si sostituisce, temporaneamente, a uno o più soci non più interessati a proseguire;
- Cluster venture: operazione di investimento finalizzata al raggruppamento (cluster) di più società operative indipendenti integrabili verticalmente od orizzontalmente e caratterizzate da similitudini in termini di prodotti, mercati e tecnologie;
- Management buy-out: investimento finalizzato al sostegno dell’acquisizione dell’impresa da parte di un gruppo di manager della stessa;
- Management buy-in: investimento finalizzato al sostegno dell’acquisizione dell’impresa da parte di un gruppo di manager esterni alla stessa;
- Leveraged buy-out: tecnica finanziaria diretta generalmente all’acquisizione di partecipazioni di controllo o totalitarie in società di capitali, realizzata mediante il ricorso a capitale di prestito fornito da istituti di credito e/o da società finanziarie.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione
Dal 1986, Aifi, Associazione italiana del private equity e venture capital, riunisce la gran parte degli operatori di venture capital e private equity presenti in Italia. Oltre a rappresentare i suoi associati, Aifi si occupa di:
- sviluppare e coordinare l’attività delle società di investimento nel capitale di rischio in Italia e in Europa;
- rappresentare gli interessi degli associati in Italia e all’estero e favorire la collaborazione fra le società operanti nel campo, in Italia e all’estero;
– favorire la raccolta e la divulgazione di informazioni, nonché i contatti fra gli associati, il mercato e altri organismi esterni;- sviluppare stabili rapporti con i competenti organi normativi e di vigilanza, italiani e stranieri, al fine di promuovere l’emanazione di provvedimenti legislativi e/o regolamentari volti a disciplinare e favorire l’attività istituzionale di investimento nel capitale di rischio per lo sviluppo;
- contribuire alla formazione di gruppi manageriali qualificati sia nelle società associate che nelle loro partecipate;
- diffondere un’adeguata cultura del capitale di rischio presso la classe imprenditoriale.
Per potere avere informazioni più precise sui singoli operatori si può consultare Aifi Yearbook, che può essere richiesto presso la stessa Aifi, nel quale sono indicate le principali caratteristiche, in termini di tipologia di investimento, ammontare, area geografica e settore industriale preferenziale, di tutte le società di investimento associate ad Aifi.
Inoltre, il sito web dell’associazione offre la possibilità, agli imprenditori interessati, di esporre le proprie proposte di investimento, che saranno inserite in un database e potranno essere consultate direttamente dagli investitori.
Aifi, Associazione italiana del private equity e venture capital
via Mascagni Pietro 7, 20122 Milano
tel. 02 7607531/76398044
sito web: www.aifi.it.
Data: 05/10/2007
Fonte: Redazione