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S.O.S.
SCUOLA di Ivana Melli
| 15 febbraio
2008 |
Gli
estremi si toccano
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Uno scambio di opinioni
con un collega orientatore ci porta a fare delle
considerazione sugli ultimi casi esaminati. Lui,
coinvolto in un caso in cui il giovane da orientare
è un ragazzo bravissimo, e "issimo" in questo caso
è azzeccato in quanto il giovane frequenta l'ultimo
anno del liceo classico con voti fantastici in tutte
le materie, ma non sa che strada prendere.
Paradossalmente è in seria difficoltà e la famiglia
lo segue con molta apprensione.
Io, con un caso opposto al suo. Un ragazzo di terza
media, con scarse potenzialità e pressoché nulla
motivazione allo studio, un quadro scolastico desolante
e una situazione famigliare difficile. Occorre costruire
un dialogo per aiutarlo a prendere consapevolezza
di sè, motivarlo a proseguire gli studi. Entrambi
stiamo ragionando su soggetti con problemi opposti,
ma che hanno un aspetto che li accomuna: la difficoltà
di scegliere.
Molte potenzialità o basse potenzialità possono
creare gli stessi problemi: la difficile messa a
fuoco per prendere una decisione, il guardarsi dentro,
far emergere un'idea trainante da un insieme piatto.
Ivana
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| 9 febbraio
2008 |
Stage:
dalla parte dell'imprenditore
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Un'imprenditrice,
contattata per la richiesta di stage, dà la propria
disponibilità ed aggiunge "ho bisogno di una
persona motivata e con voglia di imparare: faccio
questa richiesta perché si sta creando un posto
per l'andata in pensione di una lavoratrice e quindi
sono disposta ad assumere."
Che cosa è accaduto?
L'imprenditrice si è vista arrivare una persona
con requisiti del tutto diversi da quelli richiesti.
Il criterio adottato è stato banalmente la "vicinanza"
geografica. Morale: la stagista è rimasta per tutto
il periodo stabilito, al termine del quale l'imprenditrice
ha cercato e assunto una persona con le caratteristiche
richieste in precedenza.
E' importante che ci sia stata un'assunzione, ma
non è questo che voglio sottolineare: perché bruciare
così una opportunità di stage "sicuro" per una allieva,
perché un responsabile di formazione nel rapporto
con un'azienda disponibile arriva a dimostrare tanta
superficialità?
Ivana
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| 3 febbraio
2008 |
I
mestieri invisibili
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Colgo l'osservazione
di un ragazzino di 2° media che in un lavoro sui
mestieri chiede "come faccio a pensare che cosa
desidero fare da grande se non conosco i mestieri
che si fanno..."
Acuta osservazione che porta a rispondere a questo
interrogativo. Perché un ragazzino oggi non conosce
i mestieri?
In una società contadina, i mestieri si vedevano:
l'agricoltore, il fabbro, il calzolaio, il falegname,
il panettiere, si vedeva non solo la loro stanchezza
ma anche il prodotto, il frutto del lavoro. Di orientamento
non se ne parlava, i figli ripercorrevano le orme
dei padri e le figlie delle madri.
Più semplice certo, già pianificato fin da piccoli,
ma non lasciava molti spazi per esprimere potenzialità
diverse.
Oggi, i mestieri si svolgono lontano dallo sguardo
diretto e non si "vede" il lavoro, si vede solo
la stanchezza di papà/mamma che tornano a casa,
il lavoro è un mistero in sé.
Dal momento che i mestieri si svolgono in luoghi
inaccessibili agli occhi degli adolescenti tocca
alla scuola e agli educatori ed educatrici rendere
visibile il lavoro: la creatività, le competenze,
la socialità, la realizzazione di sè e la monetizzazione.
Ben vengano tutte le iniziative che rendono evidenti
i contenuti e i valori del lavoro.
Ivana
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| 29 gennaio
2008 |
Grazie
a voi insegnanti!
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Domani incontrerò
un ragazzo che ha appena sostenuto l'esame di terza
media.
Pare sia molto bravo, i suoi professori lo apprezzano
molto e vorrebbero che scegliesse un liceo per proseguire
gli studi. Ma lui teme di non farcela.
Mi ha cercata la Preside dell'Istituto per chiedermi
di incontrare il ragazzo e guidarlo durante il suo
processo di scelta. Successivamente, due insegnanti
mi hanno contatta per fissare l'incontro ed accompagnarlo
a Torino.
Questo caso mi aiuta ad abbattere un po' di luoghi
comuni dove insegnanti e presidi vengono descritti
come poco interessati alla vita ed alle scelte dei
ragazzi! Ecco invece una scuola che mi ha colpito
per l'interessamento, l'attenzione e l'andare oltre
a quello che il programma scolastico prevede. E
non solo per questo ragazzo.
Credetemi, di insegnanti che dedicano tempo, impegno,
pazienza ve ne sono molti, ma spesso non attirano
la nostra attenzione! Perché forse è più facile
parlare di quell'unico insegnante indifferente,
invece dei tanti che lavorano in frontiera, tutti
i giorni.
Grazie a tutti e tutte voi.
Ivana
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| 25 gennaio
2008 |
Il
senso della formazione
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Svolgendo un breve
incarico di docenza mi sono resa conto una volta
di più del valore della formazione e dell'orientamento.
I ragazzi in aula hanno seguito con attenzione il
mio discorso, molto concentrati sui loro compiti
e intenzionati a svolgerli bene.
Bravi, ma questa è veramente la condizione minima
senza la quale non potrebbero presentarsi in modo
credibile al mondo del lavoro, metterli in grado
di svolgere bene il compito è il dovere minimo del
formatore che a mio avviso deve fare molto di più,
trasmettere, per quanto può, il senso di ciò che
si fa, il valore, non soltanto "il come", ma "il
perché".
C'è un dovere profondo nel ruolo dell'orientatore
che è quello di contribuire a dare il senso delle
cose che si fanno, non solo saperle fare, non solo
saperle fare bene, ma con un significato, una direzione.
Ivana
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| 21 gennaio
2008 |
Metodo
di studio
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A: dimmi, non
abbiamo ancora parlato di come organizzi il tuo
tempo per lo studio...
(momento di pausa misto a evidente imbarazzo)
B: beh... non saprei... non mi piace molto studiare...l'altro
mese ho studiato 4 ore poi la prof mi ha interrogato
e ho preso quattro come al solito... era meglio
se andavo con gli amici.
Se vi state chiedendo cosa avete appena letto, sarò
felice di illuminarvi. Dietro A, si cela l'identità
della sottoscritta alle prese con uno studente,
B, di cui preferisco non rivelare il nome. Sappiate
soltanto che le sue parole sono comuni a quelle
di molti altri suoi colleghi: la sua, insomma, è
quella che gli esperti chiamerebbero 'risposta standard'.
Purtroppo, è un dato di fatto: la carenza di metodo
di studio è una delle cause di insuccesso scolastico
e tocca in misura maggiore o minore tutti gli indirizzi
scolastici. L'esperienza e i risultati di indagini
statistiche, lo confermano.
L'istituzione scolastica si trova coinvolta. Sono
convinta che sia all'interno della scuola che i
giovani dovrebbero imparare ad apprendere e applicare
il metodo.
E' attraverso l'esercizio continuo nel tempo che
si passa da una difficoltà iniziale ad una spontaneità
nell'applicazione.
Il punto, più facile a dirsi che a farsi, è trovare
il proprio metodo.
Eppure, molti ci sono riusciti: chi preferisce gli
schemi, chi sottolinea, chi legge e ripete ad alta
voce, chi studia leggendo in silenzio.
Insomma, a ciascuno il suo. Inventarsi la propria
strategia di apprendimento, è un'operazione importante
che ci accompagnerà per molti anni.
Ora, umilmente, vorrei lanciare un suggerimento
a quelle scuole che a tutt'oggi non hanno ancora
affrontato il discorso 'metodo di studio': perché
non inserire nella prossima programmazione didattica,
il metodo come uno strumento fondamentale da far
acquisire a studenti?
Ivana
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| 9 gennaio
2008 |
Uno
spunto per la programmazione didattica
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Ho un brusio nella
testa... parlo di pari opportunità o non ne parlo,
gli insegnanti hanno già tanti argomenti da inserire
nella programmazione didattica, ci manca solo che
arrivi la sottoscritta ad invitarli a creare cultura
di pari opportunità.
Parlando con le ragazze e i ragazzi nella scuola
e nella formazione ho notato che per molti di loro
le discriminazioni non esistono, non le percepiscono.
Hanno già fatto delle scelte di cui sono soddisfatti
e non si sentono per nulla condizionati.
L'argomentare sulle difficoltà che incontrano (soprattutto
le ragazze) nella scelta degli studi o nell'accesso
al lavoro, suscita qualche volta un certo fastidio
e mi dicono... perché ci racconta ciò che non funziona?
per noi non è vero.
Rifletto sul fatto e se invece fosse vero? i
meccanismi di discriminazione esistono e sono assimilati
in modo acritico?
Forse non è superfluo ma è n mio invito ad una riflessione
sulla cultura di pari opportunità.
Ivana
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| 20 dicembre
2007 |
La
formazione è una grande opportunità?
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Succede a noi orientatori di trovarci coinvolti
in processi di riconversione per verificare la necessità
di formazione del personale.
Generalmente queste operazioni di riconversione
coinvolgono persone adulte: donne e uomini, spesso
con bassa scolarità, con nessuna o scarsa propensione
a tornare tra i banchi.
Molti e molte di loro hanno interrotto presto gli
studi per andare a lavorare, o perché poco interessate
alla scuola, o per esigenze di famiglia, e si chiedono
perché a questa età debbano fare quello che non
hanno fatto da giovani.
Noi presentiamo la formazione come una grande opportunità.
Spesso però loro questa grande opportunità non la
vedono, non la vogliono, hanno già organizzato la
loro vita e non vogliono cambiamenti, vogliono solo
lavorare come facevano prima.
Nella mia esperienza ho sempre pensato che formarsi,
studiare fosse un grande stimolo per tutte le persone,
una grande occasione per crescere. E' con questo
spirito che molti anni fa, con un gruppo di amici,
presso una parrocchia abbiamo portato alla licenza
media molti adulti.
Si sono iscritti perchè molti di loro nel lavoro
avevano bisogno della licenza media e superata la
difficoltà di mettersi nei banchi, stanchi e alla
sera, hanno rafforzato in noi la certezza che la
formazione è davvero una grande opportunità. Si
sono impegnati a fondo, hanno visto sgretolarsi
alcuni timori iniziali acquisendo nuove sicurezze,
nuovi comportamenti in classe e fuori, nuova stima
di sé, la gioia di ottenere con merito il risultato
finale: insomma una vera lezione di enpowerment.
Le difficoltà erano le stesse: mentre nel gruppo
in riconversione la formazione viene calata dall'alto,
nell'altro gruppo il desiderio, l'esigenza di formazione
era una libera scelta.
Problema per noi orientatori: come motivare quando
la motivazione manca?
Ivana
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| 11 dicembre
2007 |
Io
voglio fare il Capo
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Un gruppo di bambini
sta giocando in strada, discutono animatamente tra
loro sul rispettivo ruolo da giocare quando una
voce sovrasta le altre: io voglio fare il capo.
Anche in una rappresentazione televisiva sulla storia
del Papa Giovanni XXIII (sempre che il fatto riportato
sia reale) un bambino in braccio al padre interpellato
dal Papa su che cosa voleva fare da grande - risponde
"voglio fare il capo come te".
Il Papa sorridendo afferma che non è lui il capo
e rivolgendo lo sguardo al cielo fa capire che il
capo è qualcun altro. Il mio interesse sull'agire
umano mi porta ad osservare con una certa attenzione
alcuni fatti anche semplici che mi sollecitano riflessioni.
Nel gioco dei bambini, immagino che il capo sia
rimasto ciò che è sempre stato quello che comanda
e ha sempre ragione.
L'occhio attento dell'insegnante può cogliere questi
segnali per scoprire il bisogno del/la bambino/a
di collocarsi in una rete di relazioni, in una gerarchia
di rapporti sociali e fare leva su questi segnali
autentici che vengono manifestati e attraverso la
scoperta del mondo del lavoro, dare un senso più
profondo alla "voglia di fare il Capo".
Nel lavoro (il gioco che fanno i grandi) il capo
è - o dovrebbe essere - quello che assume responsabilità,
da riferimenti, sostiene il processo e definisce
gli obiettivi.
Quanti concetti difficili si possono far passare
(mercato del lavoro, domanda e offerta, produzione
artigianale, industriale....) agganciandosi a questi
interessi che il gioco mette in evidenza.
Quale maggiore presa può avere l'insegnante utilizzando
in modo induttivo e deduttivo per esempio giochi
di ruolo, attività di laboratorio per affrontare
il mondo della produzione e dei servizi e confrontarsi
nell'esercizio di una educazione alle scelte.
Ivana
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| 30 novembre
2007 |
Genitori
e figli
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I figli, le figlie
Voglio fare l'alberghiero, ma i miei non sono d'accordo...;
non so cosa scegliere e i miei dicono fai ragioneria,
l'avessi fatto io ai miei tempi..; voglio fare il
tecnico industriale, mi piace la meccanica, ma non
posso deludere i miei genitori, ci tengono tanto
che io faccia il liceo ...
I genitori
Un giorno viene a casa con un'idea ed il giorno
dopo con un'altra, mi preoccupa...; gli ho detto
più volte che il ragioniere è un diploma sicuro,
come mi pento di avere abbandonato ai miei tempi...;
si si faccia quello che vuole ma l'artistico proprio
no, cosa fai dopo? se vuole divertirsi a disegnare
faccia pure, però il liceo classico, ce la può fare,
e poi giurisprudenza, sa in famiglia siamo avvocati...;
cerco di capire che cosa vuole, ne discutiamo insieme,
non è facile aiutarlo/la, a volte non so proprio
come comportarmi, ho chiesto anche consiglio agli
insegnanti, speriamo bene...
Quante volte sentiamo queste
frasi nei colloqui di orientamento e negli incontri
organizzati dalle scuole. Il disagio, la difficoltà
di comprendersi e di comprendere il contesto colpisce
tanto i/le giovani quanto i genitori.
Già. I genitori: guida, stimolo, sostegno...difficile
compito.
Capire le aspettative, verificare le motivazioni,
rispettare le potenzialità e capacità del/la figlio/a
per una scelta che va fatta "oggi", in una società
ogni giorno più complessa.
Quanti riusciranno a non far ricadere sui figli
e sulle figlie le proprie non scelte, le insoddisfazioni
del lavoro, i vissuti negativi?
La scelta "sicura" di ieri, calata in una società
ben diversa, potrebbe rendere oggi più difficile
per il figlio e la figlia trovare la propria strada.
Cari genitori... che compito complesso, dover essere
sempre più attenti e preparati ai cambiamenti...
e quale ricchezza di domande a cui rispondere. Da
genitore a genitore, buon lavoro.
Ivana
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