Dossier
- Lavoro e laurea, quale futuro?

Tanti giovani  guardano al futuro con legittima preoccupazione  e  si chiedono “cosa fare da grande”. Non c’è da stupirsi dunque se l’indagine sulla forza lavoro 2012 promossa da Eurostat rivela che l’Italia è all’ultimo posto in Europa per la percentuale dei laureati nella fascia di età fra i 30 e i 34 anni, pari al 20,3% nel 2011.
Il dato è particolarmente basso se confrontato con la media europea (34,6%), ma anche rispetto agli altri Stati principali dell’Unione: in Germania i trentenni laureati sono il 30,7% del totale, in Spagna il 40,6%, in Francia il 43,4%, in Gran Bretagna il 45,8%. L’obiettivo per il 2020 è il 40% a livello Ue, mentre l’Italia punta a un più modesto 26/27%.

Secondo l’Istituto europeo di statistica, i 27 devono intensificare gli sforzi se vogliono raggiungere gli obiettivi fissati per il 2020 in materia di istruzione, sia per quanto riguarda la riduzione degli abbandoni scolastici, che devono scendere sotto il 10% a livello Ue (dall’attuale 13,5%, e in Italia siamo al 18,2%) sia per l’aumento dei laureati, che dal 34,6% del 2011 devono arrivare al 40%.
Qualche progresso è stato fatto, secondo i dati Eurostat, ma permangono ampie disparità. Infatti, sottolinea Eurostat, il timore è che i miglioramenti non siano il risultato di riforme con un impatto di lungo periodo, ma piuttosto una conseguenza collaterale dell’elevato tasso di disoccupazione giovanile che induce un maggior numero di giovani a protrarre il loro periodo di istruzione e formazione.
Un’altra preoccupazione è che gli obiettivi nazionali fissati dagli Stati membri non siano sufficienti per far sì che l’Ue raggiunga il suo obiettivo di insieme.

Riguardo alla dispersione scolastica – la quota dei 18-24enni che nel migliore dei casi hanno soltanto qualifiche a livello di istruzione secondaria inferiore e non frequentano più corsi di istruzione o formazione – 11 Stati membri hanno superato la soglia di riferimento del 10%. Malta (33,5%), Spagna (26,5%) e Portogallo (23,2%) presentano i tassi più alti di abbandoni scolastici, ma hanno compiuto notevoli progressi negli ultimi anni.
Le cifre diffuse oggi avallano le preoccupazioni espresse dalla Commissione Ue in occasione delle raccomandazioni elaborate la scorsa settimana per gli Stati membri nell’ambito del semestre europeo.
Fra le debolezze strutturali dell’Italia erano enfatizzate in particolare proprio quelle legate all’istruzione:  “La qualità complessiva del sistema di educazione e formazione – scrive la Commissione nel suo rapporto del 30 maggio – è insoddisfacente con alti livelli di abbandono scolastico prematuro e una bassa partecipazione alla formazione successiva”.
Ecco perché Bruxelles raccomanda all’Italia di “adottare misure per ridurre i tassi di uscita dall’educazione superiore e combattere l’abbandono scolastico”.

Il dossier propone una sintesi dei principali studi e rapporti dedicati al lavoro dopo la laurea: statistiche per orientarsi, informazioni e tendenze da Istat e Almalaurea, destinato all’orientamento degli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori ancora incerti se proseguire gli studi o tentare subito l’inserimento nel mondo del lavoro. Un patrimonio informativo prezioso e completo, che orienta sui percorsi di studio attivati nel sistema universitario italiano.

 

Laureati in tempo di crisi

Laureato? Meglio con esperienza

Il rischio di laurearsi in ritardo

Ma dopotutto la laurea «paga»

Laureati: pubblico o privato?

A dieci anni dalla tesi, quale stipendio?

Laureati disillusi


Laureati in tempo di crisi

I giovani italiani si danno da fare e accettano il lavoro che c’è. Anche a costo di lavorare senza alcun contratto e a paghe sempre più basse. Per colpa della crisi, della paralisi del mercato del lavoro stagnante e di imprenditori intenzionati a portare indietro le lancette del tempo dei diritti e delle condizioni di impiego. E’ quanto emerge dal XV Rapporto AlmaLaurea che ha coinvolto 400mila studenti, dei 64 atenei aderenti al consorzio, e analizzato la condizione occupazionale dei laureati.
Quest’anno hanno cominciato a lavorare in nero il 12,5 per cento dei laureati a ciclo unico. Ragazzi usciti dalle facoltà di medicina, giurisprudenza, architettura, farmacia, chimica o veterinaria. Giovani costretti a scomparire dalla vista degli istituti previdenziali e dei centri dell’impiego. Loro, per la pubblica amministrazione, non esistono. Non hanno cedolino, non hanno contributi, non hanno niente.
Ma non basta, a loro si deve aggiungere anche un’altra bella fetta di giovani, ovvero il 7-8 per cento dei laureati di tutte le altre facoltà. Il fenomeno coinvolge in pari misura sia quelli che escono dai corsi triennali sia coloro che proseguono gli studi fino alla laurea magistrale.

Per chi è uscito dalle facoltà italiane, anche questo è un anno difficile. Quale che sia il canale attraverso il quale si cerca impiego, e molti provano in più disparati modi, il risultato è spesso negativo. La disoccupazione tra i laureati triennali tocca il 22,9 per cento. Cinque anni fa era meno della metà (l’11,2 per cento). Rispetto all’anno scorso, il tasso è cresciuto del 3,5 per cento. Nei due anni precedenti, l’incremento era stato rispettivamente del 3,2 e dell’1,1 per cento.
Tra i laureati specialistici i “senza lavoro” sono il 20,7 per cento (erano il 10,8 per cento cinque anni fa). Nel loro caso, nell’ultimo anno l’incremento rispetto all’anno scorso è stato meno accentuato (1,1 per cento). Il fenomeno cresce però anche tra gli specialistici a ciclo unico (medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza). Se l’anno scorso i disoccupati erano il 18,6 per cento, quest’anno sono il 20,8 per cento.

Il Rapporto, che verrà presentato domani all’università Cà Foscari di Venezia e discusso da studiosi del mondo del lavoro e rappresentanti di istituzioni come Banca Mondiale e Unione per il Mediterraneo, mostra come il peggioramento non coinvolge solo i neolaureati. Anche chi è uscito dall’università già da qualche anno incontra difficoltà a trovare impiego in un mercato del lavoro sempre più asfittico. Tra chi si è laureato da tre anni, la disoccupazione è arrivata a tassi superiori al dieci per cento.
Le difficoltà dei giovani nel mercato del lavoro, certo, non sono peculiari del mercato italiano. I tassi di disoccupazione giovanile sono elevati in tutta Europa (31 per cento, dati Eurostat) e anche negli Usa il fenomeno sembra assumere aspetti sempre più preoccupanti tanto che il New York Times se ne è occupato approfonditamente in un recente articolo (dal titolo The No-Limits Job) quando ha parlato del fenomeno delle assunzioni “22-22-22″ (ventiduenni, al lavoro 22 ore al giorno con una paga di 22 mila dollari l’anno). Eppure, nonostante la sua diffusione mondiale, in Italia il fenomeno sembra avere caratteristiche tutte proprie.

Il rapporto, anche per questo, propone approfondimenti interessanti che fanno luce su alcuni specificità del caso italiano. Dal tema della diseguaglianza e della mobilità sociale tra i laureati fino alla questione della domanda e dell’offerta di competenze. Gli autori del rapporto sottolineano come la documentazione statistica non restituisca conferme alla lamentata presenza, da più parti, “di una distribuzione dei laureati per indirizzo di studi fortemente condizionata da scelte autoreferenziali del sistema universitario”.

Nell’indagine vengono restituiti alcuni esempi che sembrano smentire le tesi più diffuse. Primo esempio: In Italia nel 2010, Italia, la quota di immatricolati nel settore delle scienze umane e dell’educazione era pari al 19 per cento, più bassa sia della media dei paesi Ocse (21 per cento) sia del valore registrato nello stesso anno in Germania (il 23 per cento).
Secondo esempio: un eccesso strutturale di domanda di laureati in ingegneria ad indirizzo informatico, allo stesso tempo, si dovrebbe tradurre in un aumento delle loro retribuzioni medie. Il contrario di quello che accade: tra il 2008 e il 2012, le retribuzioni reali registrate per questo gruppo di laureati si sono ridotte del 9 per cento.

Ma come si spiegano allora i numeri che spesso vengono pubblicati in molte indagini e mostrano il difficile reperimento di figure professionali tecniche? Per Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea, questo problema “appare un problema legato a scarsa informazione, vischiosità dei mercati del lavoro, elevati costi della mobilità geografica, canali e strumenti di reclutamento poco efficienti, più che a un deficit strutturale di offerta”.
D’altronde, una conferma che il ridotto assorbimento di laureati, e la ridotta valorizzazione della conoscenza, abbia a che vedere anche con le caratteristiche delle imprese è stata evidenziata dall’indagine Excelsior realizzata da Unioncamere e ministero del Lavoro.
Se si guarda alla stima delle assunzioni per il 2012, si scopre che su 407mila assunzioni, il 14,5 per cento riguarda i laureati mentre il 32,3 per cento è destinato a lavoratori senza alcuna formazione specifica. Senza dire che, come ribadiscono gli autori del rapporto di AlmaLaurea, la “propensione ad assumere laureati cresce significativamente con le dimensioni delle imprese e con il grado di internazionalizzazione e di innovatività di queste ultime”.

Il rapporto evidenza, a ogni modo, come in Italia sia necessario fare di tutto per alzare la soglia educazionale e promuovere più ampiamente l’acceso all’università. Sia perché siamo ancora indietro rispetto agli altri paesi europei (solo il 17,6 per cento degli occupati in Italia ha una laurea rispetto a una media dell’Ue dei 27 che è pari al 29,1 per cento), sia perché i laureati, pur tra crescenti e nuove difficoltà, godono di un tasso di occupazione ancora più elevato (di oltre 12 punti percentuali) rispetto a tutti i diplomati.

Disoccupazione a un anno dalla laurea
Tassi di disoccupazione e di occupazione a un anno dalla laurea

  2012 2011 2010 2009 2008
TASSO DISOCCUPAZIONE A UN ANNO          
Laureati primo livello 22,9% 19,4% 16,2% 15,1% 11,2%
Laureati specialistici 20,7% 19,6% 17,7% 16,2% 10,8%
Specialistici a ciclo unico 20,8% 18,6% 16,5% 13,7% 8,6%
TASSO OCCUPAZIONE A UN ANNO
Laureati primo livello 65,8% 68,6% 71,4% 73,3% 77,8%
Laureati specialistici 58,6% 56,8% 55,7% 56,7% 62,8%
Specialistici a ciclo unico 36,0% 36,6% 37,1% 42,0% 45,6%
Fonte: ALMALAUREA, 2013

Il declino della paga
Retribuzione mensile netta a un anno dalla laurea per tipologia di laurea (valori rivalutati in base agli indici Istat dei prezzi al consumo) e variazioni percentuali rispetto all’anno precedente

  2012 2011 2010 2009 2008
STIPENDIO MESE NETTO A UN ANNO (euro)          
Laureati primo livello 1.049 1.139 1.216 1.260 1.284
Laureati specialistici 1.059 1.112 1.140 1.198 1.274
Specialistici a ciclo unico 1.024 1.081 1.143 1.195 1.224
VARIAZIONE VS. ANNO PRECEDETE (%o)
Laureati primo livello 7,9% -6,3% -3,5% -1,9% -
Laureati specialistici -4,8% -2,5% -4,9% -6,0% -
Specialistici a ciclo unico -5,3% -5,4% -4,4% -2,4% -
Fonte: ALMALAUREA, 2013

Lavoro nero
Occupati a un anno, valori percentuali della tipologia del rapporto di lavoro per tipo di corso.

  2012
LAUREATI DI PRIMO LIVELLO
Stabile 41%
Contratti formativi 9%
Non standard 27%
Parasubordinato 9%
Altro autonomo 27%
Senza contatto 7%
LAUREATI SPECIALISTICI
Stabile Altro autonomo % 34%
Contratti formativi 14%
Non standard 23%
Parasubordinato 14%
LAUREATI SPEC. A CICLO UNICO
Stabile 35%
Contratti formativi 9%
Non standard 23%
Altro autonomo 14%  
Senza contatto 13%  
Fonte: ALMALAUREA, 2013

 

Un quinto dei giovani che si iscrive all’Università si ritira dopo il primo anno proprio a causa di un orientamento approssimativo. Per un orientamento più efficace rimandiamo a AlmaOrièntati, il percorso di orientamento alla scelta universitaria messo a punto dal Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea. Grazie alla collaborazione di un team di esperti e ai suggerimenti delle migliaia di diplomati che hanno sperimentato il percorso, è possibile orientarsi e fare la scelta giusta per il proprio futuro lavorativo.

Tratto da MioJobs di la Repubblica, 15 marzo 2013.


Laureato? Meglio con esperienza

Non sempre veniamo scelti per le ragioni che pensiamo. Qualche volta chi punta il dito verso di noi, lo fa per un motivo che non immaginiamo. Così accade, probabilmente, anche ai laureati. Compiere gli studi in un ateneo ben posizionato nel ranking internazionale non sembra essere decisivo. Almeno, non per i datori di lavoro europei. Manager che, alle prese con la crisi, quando devono assumere un laureato, oggi guardano soprattutto a quelli che hanno già un poco di esperienza piuttosto che a quelli che arrivano dagli atenei “doc”. Ci sono conferme, qualche sorpresa e persino dei paradossi nell’indagine di Eurobarometro realizzata su 7 mila aziende in 31 nazioni europee che ha voluto comprendere qual è il punto di vista delle imprese nei riguardi di quella risorsa, non sempre ben utilizzata, che sono i laureati.
Fretta. Bisogno di integrare sin da subito le risorse. Necessità di non perdere un solo istante. Non si sa quanto questa lunga fase di impasse economica possa avere condizionato convinzioni e percezioni dei datori di lavoro. Ma di certo lo ha fatto. L’indifferenza, se così la si può chiamare, si percepisce soprattutto presso le imprese tedesche. Qui l’80 per cento dei manager che decidono il numero e la natura delle nuove assunzioni, ritiene il fatto poco o per nulla importante. Lo stesso accade anche in Svezia. E simili percentuali si riscontrano in Francia, Norvegia e Danimarca. Al contrario, la stima che gode l’ateneo in cui si sono ultimati gli studi, conta molto in paesi come la Grecia e la Turchia.
In Italia i laureati non se la passano benissimo. Seppure tra i disoccupati, a guardare i dati Istat, ci sono soprattutto i diplomati, i giovani usciti dagli atenei sono ancora in attesa del loro futuro. Spesso sono obbligati ad aspettare molto prima di accedere alla cittadella della vita attiva. Sostano su un ponte di legno che dovrebbe condurli fin lì. Guardano su, nel vuoto apparente. Come l’agrimensore nelle prime righe del romanzo più enigmatico di Kafka, si trovano vicino al Castello ma non vi possono entrare. E la chiave per accedere, non sembra essere, neppure da noi, quella di provenire da una facoltà inserita nei ranking. Le proporzioni sono meno accentuate, ma anche in Italia la gran parte dei datori di lavoro (il 52 per cento) al momento di scegliere di assumere un laureato, non guarda al nome dell’ateneo che il candidato si è preso la briga di trascrivere su quei due foglietti del curriculum in cui vengono sintetizzati, con monotona essenzialità, anni di studi e di speranze. Solo il 12 per cento dei manager pensa che sia molto importante, mentre un altro 34 per cento dà a questo elemento una certa considerazione. La media continentale, che comprende i 27 paesi dell’Ue più Norvegia, Islanda, Croazia e Turchia, è pari al 57 per cento.

La qualità dell’università.
Risposte dei manager di 7 mila imprese europee alla domanda: “Al momento dell’assunzione, quale importanza attribuisce al fatto che i laureati provengono da università che hanno un buona reputazione e sono presenti nei ranking internazionali?”

 
Risposte %
Non è per nulla importante
23%
E’ piuttosto irrilevante
35%
E’ piuttosto importante
27%
E’ molto importante
13%
Fonte: Eurobarometro

La ricchezza e il paradosso. E’ l’esperienza la “pietra preziosa” che tutti i datori cercano di scovare nella foresta, per lo più inesplorata, delle qualità del giovane neolaureato. Per quasi nove direttori d’azienda su dieci viene indicata come l’assett cruciale di cui deve essere in possesso il laureato che vuole venire assunto. Una verità, in qualche modo sperimentata da molti giovani in occasione dei numerosi colloqui a cui vengono costretti. Un’evidenza, se portata ai suoi estremi logici, che paradossalmente direbbe che chi vuole iniziare a lavorare, deve aver già lavorato.
In Italia, l’81 per cento degli imprenditori è convinto che l’esperienza sia il fattore cruciale. Meno comunque, anche se non di molto, di quanto accada in paesi come l’Olanda (84 per cento), la Francia (87 per cento), Spagna (86 per cento), Germania (91) e Regno Unito (88 per cento).
La mobilità internazionale. Gli stessi imprenditori, con una certa contraddizione non comprensibile fino fondo, non guardano con lo stesso interesse a quei candidati che hanno avuto esperienze di lavoro all’estero. O quanto meno, questa caratteristica, non viene ritenuta così importante. Secondo gli autori, che ricordano pure come i responsabili aziendali diano poca enfasi all’aver studiato all’estero, ritengono che le imprese nelle loro riposte hanno inteso porre l’attenzione soprattutto sull’esperienza lavorativa (quale e dove che sia) più che sulla mobilità internazionale.
Tra le imprese che pianificano di assumere, nei prossimi cinque anni, laureati ad alta specializzazione, quelli che daranno maggiore peso all’esperienza pregressa sono soprattutto quelli che di recente non hanno assunto laureati e che non hanno avuto modo, quindi, di conoscerli e di comprendere in qualche modo capacità e talenti. Quelli che invece negli ultimi anni hanno già assunto laureati con una certa continuità prestano più attenzione all’esperienza lavorativa in contesti internazionali e anche a percorsi di studio effettuati fuori dai confini nazionali.

L’importanza dell’esperienza.
Risposte dei manager di 7 mila imprese europee alla domanda: “Quanto è d’accordo con la seguente affermazione: L’esperienza lavorativa pregressa è un requisito cruciale per le nuove assunzioni.”

 
Risposte %
Sono molto d’accordo
53%
Sono piuttosto d’accordo
34%
Non sono d’accordo
10%
Non sono per nulla d’accordo
3%
Fonte: Eurobarometro

I tirocini internazionali. Quanto ad uno stage all’estero, gli imprenditori del nostro paese sono tra quelli che gli danno maggiore importanza rispetto alla media dei paesi coinvolti dall’indagine. Da noi il 45 per cento li ritiene un elemento importante, 16 punti percentuali in più della media europea (29 per cento). Ancor meno cruciale viene considerato dagli imprenditori tedeschi (25 per cento), francesi (23 per cento), olandesi (18 per cento). Sotto al dieci per cento ci sono gli svedesi e gli inglesi.

Stage all’estero.
Risposte dei manager di 7 mila imprese europee alla domanda: “Quanto è d’accordo con la seguente affermazione: E’ molto importante che i nuovi assunti abbiano fatto uno stage all’estero.”

 
Risposte %
Sono molto d’accordo
9%
Sono piuttosto d’accordo
20%
Non sono d’accordo
39%
Non sono per nulla d’accordo
31%
Fonte: Eurobarometro

Aule senza confini. Anche per gli studi all’estero si può osservare una specificità italiana. Se è vero che in media il 24 per cento degli imprenditori considerano importante, o molto importante, averli fatti, in Italia questa percentuale sale al 36 per cento. Valori simili si registrano in Portogallo. Al di sotto del dieci per cento invece quelli che la ritengono tale in Svezia, Regno Unito e Olanda.

Studi all’estero.
Risposte dei manager di 7 mila imprese europee alla domanda: “Quanto è d’accordo con la seguente affermazione: E’ molto importante che i nuovi assunti abbiano studiato all’estero.”

 
Risposte %
Sono molto d’accordo
6%
Sono piuttosto d’accordo
18%
Non sono d’accordo
42%
Non sono per nulla d’accordo
33%
Fonte: Eurobarometro

Il business e la complessità dei compiti. Quanto invece ai fattori più generali che condizionano e determinano l’assunzione di laureati, otto imprenditori su dieci indicano l’attuale tasso di crescita del loro giro di affari. Pesa in maniera simile anche la crescita attesa. Pesa, seppure leggermente di meno, anche la crescente complessità dei compiti. Tra le altre ragioni, l’alto turnover del proprio staff e il sempre più elevato numero di candidature.
Ci sono anche le difficoltà che gli imprenditori incontrano al momento della copertura delle posizione vacanti. Quasi la metà ha indicato il basso numero di candidati con le capacità e skill richiesti. La seconda difficoltà sembra invece una ammissione di impotenza. Infatti il 44 per cento delle imprese confessano che tra le maggiori difficoltà c’è la possibilità di offrire uno stipendio di partenza competitivo. In Italia lo indica solo il 23 per cento. Forse perché, da noi, i giovani sono stati costretti già da tempo a misurarsi con paghe minime.

I fattori generali.

Risposte dei manager di 7 mila imprese europee alla domanda: “Quanto è importante ciascuno dei seguenti fattori nell’assumere più o meno laureati.”

Risposte %
 
Importante
Non importante
Non risponde
Attuale crescita volume di affari
79%
17%
5%
Stima della crescita del giro di affari
77%
19%
4%
Crescente complessità dei compiti
71%
26%
3%
Alto turnover dello staff
53%
42%
5%
Elevato numero dei candidati
47%
50%
3%
Fonte: Eurobarometro

Quello che servirà in futuro. Quando gli viene chiesto quali saranno le skill che dovranno avere i laureati da qui a dieci anni, nel 45 per cento dei casi gli imprenditori dicono che saranno necessarie conoscenze specifiche nel settore in cui opera l’impresa. Un altro 39 per cento parla delle capacità nelle skill relative alla comunicazione e un altro 37 per cento fa riferimento alla capacità di lavorare in gruppo. Altrettanto importanti saranno le capacità che permettono di analizzare e risolvere un problema (il 32 per cento).

Tratto da MioJob di la Repubblica, Federico Pace, 18 gennaio 2011.

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Il rischio di laurearsi in ritardo

In Italia, la percentuale di studenti che si laurea oltre la durata legale prevista è altissima: i fuoricorso rappresentano una quota pari almeno al 40 per cento degli studenti iscritti e oltre il 50 per cento dei laureati. Al fenomeno sono associate alcune conseguenze economiche che meritano una riflessone, quali il rischio di subire penalità salariali e di essere maggiormente overeducated – ovvero di svolgere un’attività lavorativa per la quale il titolo conseguito non è necessario – e di ricevere indirettamente una penalità salariale aggiuntiva.
Il motivo per cui il ritardo nel conseguire la laurea faciliterebbe l’overeducation è duplice: da un lato, potrebbe causare un depauperamento del capitale umano acquisito; dall’altro, potrebbe essere percepito dal datore di lavoro come un segnale di scarsa motivazione, capacità e produttività e pertanto utilizzato come strumento di selezione negativa per discriminare fra i vari candidati.

In uno studio condotto su un campione di laureati appartenenti a ogni classe di età, estratto dai dati Isfol-Plus, sono stati analizzati i due effetti salariali (diretto e indiretto) del ritardo alla laurea. Vi sono due spiegazioni plausibili riguardo agli effetti del ritardo alla laurea sull’overeducation e sui salari che, seguendo un approccio proposto per la prima volta da Wim Groot e Hessel Oosterbeek (1994), sono state testate l’una contro l’altra:

- la teoria del capitale umano;
– l’ipotesi di selezione (screening hypothesis).

Se dovesse prevalere il modello del capitale umano, il ritardo alla laurea dovrebbe contestualmente ridurre o avere effetti nulli sulla probabilità di essere overeducated e accrescere i salari individuali perché gli anni spesi in più per il conseguimento del titolo dovrebbero determinare un aumento complessivo della dotazione individuale di conoscenze acquisite.
Nel contesto dell’ipotesi di selezione, invece, il ritardo comporterebbe sia un rischio maggiore di svolgere un lavoro per il quale la laurea non è richiesta, sia una penalità salariale, perché il ritardo segnalerebbe una minore produttività e preparazione di questi individui. L’esercizio empirico risulta essere in linea con i risultati attesi dall’ipotesi di selezione.
Gli anni di ritardo, infatti, aumentano la probabilità di essere overeducated e nel contempo determinano salari più bassi. In particolare, l’effetto dell’essersi laureato con oltre tre anni di ritardo raddoppia il rischio medio di svolgere un lavoro che non richieda la laurea e comporta una retribuzione salariale di circa il 17 per cento inferiore a quella di coloro che hanno completato gli studi universitari nei termini previsti. È interessante notare che, sebbene concettualmente simili, gli anni relativi alle bocciature a scuola sembrano invece confermare l’ipotesi opposta: quella del capitale umano.
Ciò suggerisce che ripetere un anno a scuola porta a un miglioramento della preparazione acquisita in quanto in questo caso lo studente deve necessariamente impegnarsi di più per essere ammesso all’anno successivo.

Il ritardo alla laurea è un fenomeno assai comune fra i laureati italiani e persistente nel tempo, l’esistenza di una penalità salariale associata al fuoricorsismo può dunque contribuire alle spiegazioni esistenti dei bassi rendimenti dell’istruzione tipici dell’Italia , arricchendo in particolare quelle dal lato dell’offerta.
In altri termini, secondo questa interpretazione, i bassi rendimenti dell’istruzione terziaria sarebbero in parte una conseguenza della sua bassa qualità e dell’inefficienza del sistema di istruzione nel generare un’offerta di capitale umano – nella quantità e qualità – che sia effettivamente richiesta dal mercato del lavoro.
Ciò fa sì che il mercato remuneri meno di quanto potrebbe questo capitale umano. I nostri risultati possono servire da monito anche per quei paesi, come gli Stati Uniti e i paesi del Nord Europa, dove il ritardo alla laurea sta divenendo un fenomeno sempre più diffuso.
Rimuovere le cause del ritardo alla laurea potrebbe contribuire a:

- ridurre la quota di overeducation;
– aumentare i rendimenti medi dell’istruzione terziaria e, pertanto, accrescere l’incentivo a investire in accumulazione di capitale umano;
– ridurre gli sprechi di risorse causati da questi fenomeni e l’inefficienza del sistema di istruzione terziario.

I risultati suggeriscono che gli anni persi all’università sono sostanzialmente inefficienti, in quanto non accrescono la dotazione di capitale umano né tantomeno le performance nel mercato del lavoro. La ragione risiede probabilmente nel fatto che quando si ritarda la laurea (e non perché si stia svolgendo in contemporanea un’attività lavorativa), non c’è alcuna garanzia che quegli anni siano stati spesi studiando e approfondendo ulteriormente i concetti relativi alle varie discipline oggetto del corso di studi prescelto, ovvero aumentando il proprio capitale umano.
In effetti, solo alcuni studenti interpretano l’opportunità di poter sostenere di nuovo l’esame come uno stimolo per migliorare la propria conoscenza, mentre la gran parte cerca di superarlo anche quando presenta ancora marcate lacune nella preparazione, semplicemente perché si attende che i professori li promuovano dopo averli riprovati già un certo numero di volte.
Tutto ciò suggerisce che la rimozione o almeno una riduzione significativa dei fuoricorso consentirebbe un miglioramento per tutti, sia all’interno del sistema universitario sia nel mercato del lavoro. Proviamo a suggerire alcune regole che potrebbero ridurre il fenomeno del fuoricorsismo senza alterare la qualità della formazione universitaria:

- stabilire un limite al numero di volte in cui si può sostenere un esame;
– calibrare il programma degli esami in base a oggettive considerazioni in merito alla possibilità dello studente di poterlo preparare nei termini previsti;
– dare la possibilità al docente di assegnare un pass, ovvero un voto inferiore alla sufficienza in caso di bocciature ripetute;
– consentire la bocciatura dell’intero percorso (e quindi impedire di laurearsi) se la media dei voti finale non raggiunge la sufficienza oppure se c’è un numero troppo alto di pass.

Una volta che lo studente si è ormai laureato fuoricorso, si dovrebbe poi cercare di facilitare il matching nel mercato del lavoro, limitando almeno in parte il rischio di essere overeducated. Ad esempio, corsi di formazione professionale sul posto di lavoro potrebbero consentire ai giovani laureati di accrescere il loro capitale umano grazie all’esperienza lavorativa. E il sistema di apprendistato potrebbe essere utilizzato in questa direzione.

Tratto da lavoce.info, Carmen Aina e Francesco Pastore, 19 giugno 2012.

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Ma dopotutto la laurea «paga»

“Anche se in misura ridotta rispetto al passato, investire nella propria istruzione continua ad essere una scelta premiante per i giovani italiani: i nostri laureati guadagnano di più rispetto ai diplomati e raggiungono tassi di occupazione più elevati”. Così Aviana Bulgarelli, Direttore Generale dell’Isfol, commenta i risultati di uno studio che anticipa un progetto di ricerca dell’Istituto sui rendimenti dell’istruzione nel mercato del lavoro.
Il divario di retribuzione tra laureati e diplomati, che per le classi di età 15 – 24 anni e 25 – 34 è pari al 16%, aumenta sistematicamente nel corso della carriera lavorativa. Un’ora di lavoro di un laureato, inoltre, vale circa il 21% in più di un diplomato nella fascia di età 24-34. Un divario che raggiunge il 50% verso la fine carriera.
In termini di tasso di occupazione i giovani diplomati, che entrano nel mercato del lavoro mediamente un quinquennio prima dei laureati, hanno fino ai 34 anni un tasso di occupazione più elevato. Ma già prima dei 30 anni di età i laureati recuperano ampiamente le posizioni in termini di tasso di occupazione.
Nella classe di età compresa tra 25 e 34 anni il tasso di occupazione dei giovani diplomati è superiore di oltre un punto percentuale rispetto ai laureati, ma nella fascia di età successiva, da 34 a 44 anni, il tasso di occupazione dei laureati supera di quasi 7 punti percentuali quello dei diplomati. L’età al primo ingresso al lavoro dei laureati è inoltre più variabile: i diplomati generalmente iniziano la ricerca di lavoro subito dopo il conseguimento del titolo, tra i 19 e i 20 anni mentre i laureati con diploma triennale iniziano la ricerca tra 22 e 23 anni, quelli con laurea specialistica non prima dei 24 anni e coloro che proseguono il percorso formativo post-laurea si affacciano sul mercato del lavoro intorno ai 27 28 anni.
Per quanto riguarda le lauree più premianti, in generale tutte le discipline di tipo scientifico, per le quali in Italia si manifesta ancora una forte carenza, ottengono buoni risultati sul piano dell’occupabilità. Le lauree umanistiche ottengono per contro i risultati peggiori: la vocazione umanistica che caratterizza il nostro Paese sembra produrre un eccesso di offerta di laureati in possesso di laurea in lettere, arti e musica che portano ad una più difficile collocazione sul mercato rispetto ai laureati in discipline scientifiche.
“Occorre considerare – sottolinea Aviana Bulgarelli – che lo scenario italiano mostra una elevata variabilità della spendibilità sul mercato delle diverse competenze acquisite e che in Italia si conferma un rendimento maggiore per le competenze tecniche e scientifiche, ma una bassa offerta di laureati in materie scientifiche ed una diminuzione della quota di giovani che seguono percorsi tecnici e professionali nell’istruzione secondaria superiore”.
Al di là delle maggiori opportunità occupazionali dei laureati rispetto ai diplomati l’analisi condotta sui vari tipi di diploma mostra che gli istituti tecnici e quelli professionali garantiscono, nella fascia di età compresa tra 20 e 29 anni, una maggiore occupabilità; i giovani in possesso di diploma di liceo classico o scientifico tendono a proseguire gli studi in misura maggiore rispetto agli altri diplomati, elemento che spiega il loro minore tasso di occupazione.

Consulta i dati dell’indagine Isfol sulle retribuzioni dei laureati italiani.

Tratto da: Isfol, 5 giugno 2011.

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Laureati: pubblico o privato?

Per i giovani laureati che cercano un posto l’unica speranza è nelle imprese. Undici su cento a un anno dalla laurea lavorano nel settore pubblico, l’83,5% nel privato. Quasi otto volte in più: segno della crisi che ha svuotato le casse pubbliche. Il restante 6% è occupato nel non profit. .
Quello tracciato dalla XV Indagine sulla condizione occupazionale dei laureati di Almalaurea è un quadro della società italiana drammatico e insieme di speranza nonostante tutto sulle possibilità delle imprese.
I dati si riferiscono ai giovani con laurea specialistica oltre il triennio. Anche i fortunati fanno i conti con la difficoltà contrattuale. Il lavoro non standard riguarda ad un anno 39 laureati nel settore pubblico su cento, contro 28 su cento in quello privato. Il fenomeno è legato principalmente alla maggiore diffusione, nel pubblico, del contratto a tempo determinato (36% e 23%, rispettivamente). Anche il lavoro parasubordinato, pur se ampiamente presente in ambedue i settori, prevale fortemente nel pubblico, dove coinvolge addirittura 26 occupati su cento (16 su cento nel privato).
Il lavoro a tempo indeterminato è più diffuso nel settore privato, coinvolgendo il 17,5% degli occupati (rispetto al 14% del pubblico). Anche i contratti formativi sono, orami da lungo tempo, caratteristica peculiare del settore privato, dove riguardano 22 occupati su cento (contro 5 nel pubblico).
Le differenze di genere a svantaggio delle laureate si confermano anche tra settore pubblico e privato: nel primo ha un contratto a tempo indeterminato il 10% delle donne e il 20% degli uomini. Nel privato le percentuali sono del 13 e del 22%.
Corrispondentemente, è più consistente la presenza del lavoro non standard tra le donne, in particolare nel settore pubblico: la quota al 43%, rispetto al 31% rilevato nel privato (per i colleghi uomini le percentuali sono 33 e 25%).
A cinque anni dalla conclusione degli studi il 77%, è occupato nel settore privato, il 18 nel pubblico, il restante 5% nel non profit. Ancora a cinque anni, i contratti non standard e quelli parasubordinati caratterizzano ampiamente il settore pubblico: la prima tipologia continua a riguardare il 40% degli occupati pubblici (contro l’11% di quelli del privato); per la seconda forma contrattuale le quote sono rispettivamente 19 e 7%.
Il settore privato, invece, assume più frequentemente laureati attraverso contratti formativi (6%, contro 1% del pubblico). Ne deriva quindi che il lavoro stabile coinvolge il 71% dei laureati occupati nel privato e solo il 34% dei colleghi nel pubblico impiego.
Ad un anno, gli stipendi netti nel settore pubblico sono decisamente superiori a quelli percepiti nel privato (1.298 contro 1.027 euro), ma il risultato è parzialmente influenzato dalla consistente quota (pari al 63,5%) di occupati nel pubblico che proseguono l’attività iniziata prima della laurea.
Se si focalizza l’analisi solo su chi ha iniziato l’attuale attività lavorativa dopo la laurea ed è occupato a tempo pieno, il differenziale settoriale si riduce apprezzabilmente (1.238 euro nel pubblico e 1.185 nel privato). A cinque anni le differenze sono meno marcate (+3% nel pubblico rispetto al privato). 

Tratto da Almalaurea, luglio 2013.


A dieci anni dalla tesi, quale stipendio?

Dieci anni dopo aver discusso la tesi ed aver appeso al muro il titolo di studio, il laureato medio italiano guadagna poco più di 1.600 euro al mese, e il reddito scende sotto quota 1.400 euro se la laurea è di area psicologica o in architettura, e sotto i 1.300 euro se la facoltà da cui è uscito è quella di lettere.
E’ questo il dato più evidente nella curva degli effetti della crisi sulla condizione occupazionale dei laureati fotografata da AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario che ogni anno monitora la situazione di  186mila laureati attraverso il Rapporto annuale sulla condizione occupazionale.

I numeri sono tutti in flessione, e riflettono le dinamiche vissute nella prima fila della crisi occupazionale, quella dei giovani in cerca di primo impiego o comunque nei passi iniziali della propria carriera. Il tasso di occupazione a un anno dal titolo, fra gli studenti arrivati alla laurea nel 2010, è del 68,6% per chi ha un titolo triennale, con una flessione di 9 punti percentuali rispetto a quattro anni fa, e del 56,8% fra chi ha conseguito una laurea specialistica (in questo gruppo il dato è sempre più basso perché non considera tirocini, praticantati, dottorati o scuole di specializzazione, ma il confronto con il 2007 mostra comunque un -8%).
I «segnali di frenata», spiegano da AlmaLaurea, sono trasversali fra «tutti i tipi di corso», e indipendenti «dalla condizione lavorativa al momento della laurea»; i segni meno sono ancora più importanti quando si guarda al reddito degli occupati, che un anno dopo il titolo oscilla intorno ai 1.100 euro, con un alleggerimento del 13 per cento rispetto a quattro anni fa.
Ad aggravare il problema, c’è anche il fatto che il trascorrere di più tempo dal momento della laurea allarga anziché restringere la forbice con i “colleghi” che hanno debuttato prima nel mondo del lavoro: fra gli occupati a tre anni dal titolo, infatti, il reddito medio di chi si è laureato nel 2006 perde il 16,7% rispetto a chi si trovava nella stessa condizione dopo essersi laureato nel 2000. Ovviamente le chance occupazionali continuano a dipendere anche dalla laurea che si ha in tasca, perché ingegneri ed economisti (oltre, ovviamente, ai medici, che mantengono i loro tassi di piena occupazione) continuano a primeggiare nelle graduatorie, che vedono agli ultimi posti chi ha frequentato facoltà dell’area geo-biologica o giuridica.
Il dato più scoraggiante, però, è quello dell’orizzonte generale, soprattutto se confrontato con quello degli altri Paesi europei: nell’Ue a 27, l’Italia è l’unico Paese in cui nella “torta” complessiva degli occupati (in diminuzione) è scesa l’incidenza delle professioni più qualificate, anche se già nel 2004 il suo peso da noi viaggiava intorno l 19% contro il 22% della media europea e il 28-30% di Gran Bretagna e Paesi Bassi. Chi otto anni fa si trovava in testa alla classifica, ha migliorato in modo più netto la propria posizione, e il contrario è avvenuto nell’Italia fanalino di coda.
Il problema, fanno notare da AlmaLaurea, è che l’indebolimento della performance italiana precede la crisi, e si accentua con il peggioramento della congiuntura. Alla base del problema, sottolinea il Rapporto, c’è lo scarso livello di investimenti che ha caratterizzato il nostro Paese: «Sarebbe un errore imperdonabile – spiegano da AlmaLaurea – sottovalutare o tardare nell’affrontare in modo deciso le questioni della condizione giovanile e del capitale umano», tanto più in un Paese come il nostro, caratterizzato da una quota di laureati sulla popolazione più leggera rispetto agli altri Paesi europei.
Lasciare le cose come stanno, permettendo il diffondersi di un atteggiamento “scettico” sul valore della laurea, metterebbe un altro macigno sulla competitività internazionale del sistema-Italia.

Scarica il comunicato di AlmaLaurea dedicato al XIV Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati.

Tratto da: Il Sole 24 Ore, Gianni Trovati, 7 marzo 2012.


Laureati disillusi

Forse perché il lavoro continua a essere una risorsa sempre più introvabile. Forse perché non c’è una sufficiente informazione sui vantaggi concreti, seppure meno significativi di quanto non fossero in passato, che ancora può offrire. Forse perché la delusione per le sempre minori opportunità che vengono offerte loro è ormai il sentimento più radicato. Sta il fatto che i ragazzi italiani sono quelli che in Europa, tra i loro coetanei, guardano con meno interesse all’istruzione universitaria.
Il risultato emerge dall’indagine di Eurobarometro che ha sentito i giovani con un’età compresa tra 15 e 35 anni per capirne preoccupazioni e aspirazioni. In Italia quattro su dieci, di questi giovanissimi e meno giovani, pensa che l’istruzione universitaria non sia una soluzione appetibile. E’ il dato più alto di tutta Europa. Quasi il doppio dei valori medi che, in tutti e 27 stati membri, raggiunge il 20 per cento. Anche in Francia, a dire il vero, le percentuali sono preoccupanti (il 35 per cento) e in parte anche in Spagna (il 23 per cento).
Molto diverse le proporzioni invece negli altri paesi. In Danimarca quelli che non la considerano attraente sono solo il 7 per cento e la quasi totalità guarda a essa come a una chance concreta. Così come accade,ad esempio, in Norvegia, Belgio, Germania, Repubblica Ceca e Olanda (vedi tabella).

Se si osservano i dati complessivi europei, nella scomposizione per ambiti socio-demografici, si scopre che sono soprattutto i giovanissimi a essere più attratti da un’opzione di questo tipo. Nella media europea, la considerano una scelta interessante l’81 per cento dei ragazzi con un’età compresa tra 15 e 19 anni. La percentuale scende al 75 per cento per quelli che invece hanno un’età compresa tra 25 e 35 anni.
L’occupazione è per i giovani come un enigma privo di soluzione. Con quasi un terzo di loro alla ricerca vana di un posto, sono comprensibili le risposte date riguardo i timori relativi all’occupazione. Tra le principali risposte date c’è quella di non riuscire a trovare un impiego nella città in cui si vive o nella regione di residenza.
La dà come prima risposta il 30 per cento dei ragazzi europei a cui si aggiunge un altro 23 per cento che la indica come seconda risposta. C’è poi la preoccupazione di non riuscire a trovare un impiego nell’ambito del proprio percorso formativo. La propone come prima riposta il 22 per cento e come seconda il 19 per cento.

Il venti per cento di loro segnala come primo timore proprio la difficoltà di trovare una retribuzione adeguata ai costi per mantenersi, mentre per un altro 22 per cento è la seconda risposta. La coerenza degli studi.
Le apprensioni dei ragazzi italiani sono simili a quelle dei loro coetanei europei. Semmai, c’è un ancora più acuto timore riguardo alla possibilità di trovare un impiego coerente con il proprio percorso di studio. Da noi infatti complessivamente, tra prima e seconda risposta, lo indica il 50,7 per cento. La disponibilità di un posto nella città o nelle regione di residenza arriva al 50, 3 per cento (ciascuno poteva indicare più risposte).
Quanto allo stipendio è tra i principali timori per il 37,1 per cento dei ragazzi. Ma un altro 26,2 per cento (tra prima e seconda risposta) dice di non conoscere il tipo di offerte di lavoro che ci sono davvero sul mercato dell’occupazione.

Risposte alla domanda Ritieni che l’istruzione universitaria sia un’opzione attraente per i giovani nel tuo paese?

Nazione
Risposte (%)
No
Si
Italia
38%
57%
Lituania
37%
58%
Francia
35%
62%
Grecia
32%
67%
Lettonia
27%
68%
Romania
27%
71%
Portogallo
25%
72%
Bulgaria
24%
74%
Spagna
23%
74%
Polonia
21%
74%
Regno Unito
20%
77%
Austria
17%
79%
Olanda
13%
79%
Lussemburgo
17%
80%
Ungheria
15%
80%
Estonia
13%
82%
Svezia
9%
84%
Finlandia
12%
85%
Repubblica Ceca
11%
85%
Germania
11%
85%
Irlanda
11%
86%
Belgio
10%
87%
Slovacchia
8%
89%
Norvegia
7%
89%
Islanda
7%
90%
Danimarca
7%
91%
MEDIA TOTALE
20%
76%
Fonte: Eurobarometro, maggio 2011

Gli studenti italiani sono quelli che giudicano con maggiore severità le attività di orientamento e counselling ricevuti durante il percorso scolastico sulle opportunità formative successive e sugli sbocchi occupazionali. Meno di un quarto dà infatti un giudizio positivo ai servizi e alle strutture che li hanno supportati mentre la media europea è il doppio. Più insoddisfatti di loro sono solo i turchi. Desiderio e necessità. Quando alla volontà di lavorare in un altro paese europeo le cose si fanno più complesse.
Il 31,3 per cento dei ragazzi europei dice di volere lavorare in un’altra nazione, ma per un limitato periodo di tempo. Sono invece il 26,2 per cento quelli che desiderano farlo per una più ampia fase della propria vita.

Il 55,4 per cento dice di non desiderare una soluzione di questo tipo. Solo il 14,1 per cento guarda a questa opzione in maniera favorevole anche se si trattasse di una scelta per una significativa porzione di tempo della propria vita. Un altro 23,9 per cento, invece, sarebbe intenzionato a farlo ma solo per un breve periodo.
Quanto agli studi, chi va fuori dai confini nazionali per percorsi scolastici e formazione, lo fa per lo più con fondi privati. In tutta Europa ricorre ai propri capitali il 65 per cento. Gli altri ricorrono a fondi o borse di studio offerte da istituzioni europee, nazionali e regionali o da imprese. In Italia chi si paga da la propria permanenza è il 69 per cento. All’opposto, c’è invece la Norvegia dove solo il 40 per cento è costretto a pagarsi da sé percorsi di studio all’estero.

Tratto da MioJob di la Repubblica del 16 maggio 2011. 

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