Tirocinio massimo per 18 mesi

L’articolo 2 della riforma delle professioni, (decreto del Presidente della Repubblica n. 137 del 7 agosto 2012, in G.U. del 14 agosto 2012) disciplina il tirocinio per l’accesso alle libere professioni.
Il tirocinio è ridotto da pluriennale a 18 mesi (massimo) e per sei mesi può essere svolto durante il corso di studio per la laurea, sulla base di convenzioni tra Consigli nazionali degli Ordini e ministero dell’Università. Anche se non è riconducibile a un rapporto di lavoro subordinato, il tirocinio va accompagnato dalla corresponsione di un equo indennizzo (articolo 9, comma 4 del decreto legge n. 1 del 24 gennaio 2012).  Gli Ordini cureranno l’effettivo svolgimento dell’attività formativa del tirocinante e l’adeguamento costante della preparazione, in funzione della garanzia di serietà e adeguatezza del servizio professionale da prestare (articolo 6).
Il tirocinio è obbligatorio per i soli ordinamenti professionali che lo prevedano.
Per gestire un tirocinante, il titolare dello studio deve avere cinque anni di anzianità e un tetto di tre praticanti contemporanei (salva possibilità di deroga dal consiglio dell’ordine o collegio). Le professioni che prevedevano un periodo inferiore ai 18 mesi possono concordare un periodo di tirocinio durante gli studi universitari, mentre rimane immutato il periodo di 18 mesi previsto, in sede comunitaria, per l’iscrizione nel registro dei revisori legali.
Il tirocinio può essere svolto, per un periodo non superiore a sei mesi, presso enti o professionisti di altri Paesi, o, per tutta la sua durata, presso pubbliche amministrazioni, previo convenzionamento. È poi prevista la soggezione dei praticanti alle norme deontologiche dei professionisti abilitati ed al medesimo regime disciplinare. In alternativa alla pratica svolta presso lo studio professionale, vi può essere la frequenza con profitto di specifici corsi di formazione professionale organizzati dagli Ordini o Collegi, nonché da associazioni o enti autorizzati dai Consigli nazionali con intervento del ministro vigilante.
I corsi di formazione possono essere organizzati da soggetti diversi, anche dalle associazioni professionali e correlativamente i Consigli nazionali degli Ordini o Collegi. Occorre tuttavia il parere favorevole del ministro vigilante, e la stesura di un regolamento attuativo che riguarda:

- le modalità e le condizioni per l’istituzione dei corsi di formazione (con l’obiettivo espresso di garantire libertà e pluralismo dell’offerta formativa);
– i contenuti formativi essenziali; c) la durata minima dei corsi con carico didattico minimo non inferiore a duecento ore;
– le modalità e le condizioni per la frequenza dei corsi di formazione, nonché per la verifica intermedia e finale del profitto, affidate ad una commissione di professionisti o docenti universitari in modo da garantire omogeneità di giudizio sull’intero territorio nazionale.

La riforma delle professioni, in merito all’accesso alle libere professioni sancisce disposizioni particolari: una volta iscritto in un albo, il professionista è libero di operare, purché rispetti generali limiti di preparazione e di correttezza. L’accesso alla professione si fonda infatti sull’autonomia e sull’indipendenza di giudizio, intellettuale e tecnico, del professionista.
Il numero chiuso vige solo per alcune professioni (notai, farmacisti), ma per particolari ragioni di interesse pubblico (come la tutela della salute) che esistono anche nell’accesso ad alcune facoltà universitarie (come medicina).
L’accesso agli albi nazionali deve inoltre essere coerente agli standard comunitari, escludendo discriminazioni basate sulla nazionalità o sull’ubicazione della sede della società professionale. Restano l’esame di Stato (previsto dall’articolo 33 della Costituzione) e la possibilità di limitazioni in presenza di condanne penali o disciplinari irrevocabili. I vari albi locali saranno unificati sotto l’aspetto anagrafico, per consentire che dei provvedimenti disciplinari subiti resti traccia anche in caso di trasferimento di sede.

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