Servizi per l’impiego

Attraverso il Monitoraggio delle politiche del lavoro e diffusione delle conoscenze Italia Lavoro ha analizzato i dati sull’utenza dei centri per l’impiego.
In media nel 2012 14.329.610 persone hanno contattato un centro per l’impiego (Cpi) almeno una volta e per la gran parte si tratta di persone in cerca di occupazione. Per poco più di 7 disoccupati su 10 che hanno contattato un Cpi il contatto è avvenuto da meno di 3 anni; circa il 35% di coloro che sono in cerca di occupazione e si sono rivolti a un Cpi almeno una volta ha effettuato o rinnovato la Dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro (Did).
A livello regionale, la quota di persone in cerca di lavoro che si sono rivolte a un servizio pubblico per l’impiego supera l’80% nella maggior parte delle regioni meridionali (ad eccezione di Abruzzo e Basilicata), con l’aggiunta della Toscana (81,4%). Le quote più basse, invece, si registrano in Lombardia (61,3%) e Veneto (69,6%).
Da sottolineare è il dato che vede quasi 1 occupato su 2 contattare un Cpi in quattro regioni del Mezzogiorno: Molise, Sardegna, Basilicata e Sicilia, dato in linea con quello del 2011. Per quanto riguarda invece gli inattivi, la quota presenta un range che va dal 18-19% (Trentino Alto Adige e Lombardia) al 40-44% (Calabria, Molise, Sicilia, Sardegna e Basilicata), a fronte della media nazionale che ammonta al 30%.
Per quanto riguarda le persone in cerca di lavoro che si sono rivolte a un Cpi, emerge che 1 su 2 ha un’età inferiore ai 34 anni. Inoltre, il 44,1% è in possesso di un diploma di scuola superiore, corrispondente all’Isced 3, e il 38,7% ha la sola licenza media (Isced 2). Più di sei soggetti su dieci si sono rivolti a una struttura pubblica di servizi per cercare lavoro, mentre quasi il 5% per avvalersi di altri servizi e il 31,6% per entrambi i motivi.
Considerando il motivo riguardante la ricerca di lavoro, si evidenzia come la tendenza sia identica a quella del 2011, con le percentuali più alti nella regione Piemonte (il 78,8%), seguita da Lombardia (il 73,9%), mentre quelle più basse in Sicilia (il 50,4%) e Sardegna (il 46,2%).
Osservando lo stesso aggregato per provincia, si evince che la soglia dell’80% è superata dalle provincie di Novara, Asti, Cuneo, Torino, La Spezia, Trieste, Forlì e Cesena e Vicenza, nonché dalle provincie di Terni e Frosinone per il Centro del Paese e di Ogliastra per il Mezzogiorno. Quote quasi dimezzate, che cioè non superano il 40%, si registrano nelle provincie di Caltanissetta, Teramo, Cagliari e Olbia-Tempio, in aggiunta a Ferrara per il Nord.

La situazione dei servizi per l’impiego in Europa
Per far funzionare le politiche attive per il lavoro, bisogna avere servizi per l’orientamento, formazione e collocamento pubblici efficienti. Ma dalla comparazione tra il nostro stato dei servizi pubblici per l’impiego (Spi) e quello degli altri Paesi europei, non esce certo un quadro rassicurante. Se in Germania un operatore di un centro per l’impiego ‘assiste’ poco più di 28 disoccupati, in Italia lo stesso operatore ne dovrà assistere almeno 277 (addirittura 439 se si considerano gli inattivi).
Stando ai recenti dati forniti da Eurostat (2011), infatti, lo scenario è il seguente: in Germania il personale degli Spi è composto da 115 mila operatori (front e back office) per un totale di 3,1 milioni di disoccupati regolarmente registrati e attivi. Il rapporto disoccupati per operatore è pari a 28,2; nel Regno Unito gli operatori sono 77 mila e i disoccupati 1,47 milioni per un rapporto disoccupati per operatore pari a 19; in Francia gli operatori sono 49.400 per un totale di 2,6 milioni di disoccupati e un rapporto disoccupati per operatore pari a 54,2; in Olanda gli operatori sono 19 mila per 489 mila disoccupati registrati e un rapporto di 25 disoccupati per operatore.
In Italia, l’ultimo dato disponibile sul personale dei 529 centri per l’impiego è del 2007 e parla di circa 9.900 operatori.
Non essendo disponibile un dato sui disoccupati ‘registrati’, il rapporto è calcolato sulla base delle persone in cerca di lavoro stimate dall’Istat nel 2012 in 2,7 milioni ed è pari a 277 disoccupati per operatore, rapporto che sale a 439 se oltre ai disoccupati si considerano anche 1,6 milioni di inattivi ‘scoraggiati’ dalla impossibilità di trovare lavoro.
Oggi, in virtù delle politiche di compressione della spesa pubblica, blocco del turn over e chiusura dei contratti di collaborazione, nei Cpi il numero degli operatori è ulteriormente diminuito, assestandosi su 6.600 unità, con un aumento sensibile e inesorabile del rapporto tra disoccupati e operatori. Le esperienze di Paesi europei, sul tema della gestione di servizi in ottica federata e multilivello istituzionale sono varie. In Francia, ad esempio, nel 2008 è stato costituito Pole Emploi, sorto dalla fusione di Anpe (Servizi pubblici per l’impiego) e Assedic (paragonabile al nostro Inps). Vengono promosse in un unico sportello sia le politiche attive, che quelle passive, sotto uno stretto controllo qualitativo.
In Germania, c’è la BundesAgenturfurArbeit: con la riforma Hartz IV del 2005, la già preesistente Agenzia federale per l’occupazione, competente per le politiche attive e passive, è stata oggetto di un miglioramento della struttura organizzativa, costruendo un network nazionale, nel rispetto dell’autonomia dei Lander. In Spagna, opera Sepe, Sistema nazionale per l’impiego: la gestione delle politiche passive è di competenza del governo centrale, mentre quelle attive sono proprie delle 17 Comunità autonome.
In Olanda, c’è un’Agenzia nazionale derivata dalla fusione, nel 2009, di due enti e nata per contrastare gli effetti prodotti dalla crisi sul tessuto occupazionale, assieme all’esigenza di razionalizzare le strutture già esistenti. Si è realizzato quello che nei Paesi Bassi si chiama ‘one stop shop’, uno sportello polifunzionale dedicato alle politiche attive del lavoro.

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